Sabato sono stranamento riuscito ad andare a mare. Ho volutamente lasciato a casa l'iPad, ma poi la voglia di informazioni ha preso il sopravvento e così ho comprato un paio di riviste. Sfogliandole ho iniziato a riflettere su alcune cose, poi maturate nella giornata di domenica. Ve le propongo qui, così come sono nate.

Quando pensiamo ad una rivista ci viene subito in mente il nostro periodico preferito. Ma cos'è in fondo un rivista? Generalmente si chiama così una pubblicazione centrata su un dato argomento che abbia una periodicità settimanale, mensile o superiore. Ma il termine rivista — rassegna o controllo — chiarisce anche un'altro concetto fondamentale, ovvero quello dell'attività editoriale ed organizzativa che c'è alle spalle.

Uno dei settori che ha subito maggiori cambiamenti con l'avvento di internet e di tutto ciò che ad esso si può ricondurre (motori di ricerca, social network nonché strumenti hardware come l'iPhone e l'iPad) è proprio quello dell'informazione. Ormai sappiamo che è finita l'era in cui l'individuo è passivo e riceve input indiscriminati dall'alto. E per la verità già l'esperienza televisiva aveva chiarito questo concetto, evolvendo la propria offerta da una manciata di canali "generalisti" all'odierna bolgia tematica del digitale. Ma a segnare una netta linea di demarcazione rispetto al passato c'è la possibilità dell'uomo digitale, di essere finalmente parte attiva nel processo informativo. La maggior parte delle persone ormai ha smesso di dissetarsi da una sola fonte e tende ad alimentare il proprio io estraendo le notizie dall'immenso mare del web.

Anche la pubblicità ha seguito questa evoluzione, ottenendo dalla tecnologia gli strumenti per raggiungere maggiori risultati con minor sforzo. Per riassumere la trasformazione basta guardare iAd, la nuova piattaforma pubblicitaria di Apple, che fornisce alle aziende la possibilità di inviare messaggi pubblicitari mirati e diretti ad una tipologia specifica di persone, identificabili dal tipo di applicazione prescelta. Così la Nissan può far vedere la sua nuova Qashsqai a chi si appresta a fare una partita con un gioco di corse automobilistiche. Non è un sistema infallibile, ma di sicuro fornisce un target maggiormente centrato rispetto ad una massaia che vede lo stesso "spot" durante la pausa pubblicitaria della sua telenovela preferita. E sul web questo concetto è ancora più radicato. Ne è un chiaro esempio Google AdSense, che mostra messaggi pubblicitari contestualizzati all'oggetto della pagina che si sta visitando. Così quando leggerai informazioni sulla nuova Canon EOS 7D, di fianco ti potresti trovare un'offerta di vendita.

E poi ci sono i social network. Ultimi ma non per ultimi si potrebbe dire, dal momento che il trittico facebook, twitter, youtube e più in generale l'informazione "virale" ad essi correlata, ha contagiato in modo diretto o indiretto ogni essere umano collegato alla rete.

Per concludere diciamo che nella nostra "vita digitale" le informazioni o ci arrivano non richieste — ma ben confezionate per i nostri gusti — oppure ce le andiamo a cercare spulciando tra le varie fonti che i motori di ricerca ci propongono. Ed in questa seconda affermazione si concentra tutto ciò che ho da dire riguardo le riviste, il loro valore attuale nonché la possibile evoluzione. Escludendo dalla casistica coloro che rimarranno affezionati alla consistenza ed al profumo della carta stampata — incluso me — ancora per molti anni (e con la consapevolezza che tale homus cartaceus è destinati all'estinzione), leggere un'informazione sulla carta o sullo schermo di un iPad, non ha in fondo nessuna differenza: l'atto è simile, la postura anche e la finalità identica, mentre la trasportabilità, la multimedialità e l'interoperabilità sono nettamente a favore del secondo. Perciò è giusto chiedersi dopo aver seguito per un mese intero tutte le notizie riguardanti un dato argomento (supponiamo Apple) a lavoro, in viaggio o anche al bagno navigando con l'iPad, perché mai si dovrebbero spendere soldi per comprare anche una rivista? Soprattutto sapendo che questa arriva nelle edicole con una informazione mediamente vecchia di 30 giorni e che sicuramente si sarà già appresa tramite internet?

Aspettate. Non rispondente. Sono domande a trabocchetto.

Infatti potrebbe sembrare semplice affermare che non ha più senso comprarne. Invece io vi dico che ce l'ha eccome. Ritornando a quanto anticipato in apertura, il valore aggiunto di una pubblicazione ben congegnata sta tutto nella parola "rivista". Una redazione seleziona ed organizza gli articoli per aree tematiche, fornisce le notizie corredate da pareri autorevoli, propone analisi sugli argomenti più attuali, pubblica tutorial e consigli, propone test hardware e software realizzati con sufficiente competenza, il tutto condito da un editoriale di apertura che sovente mette sotto una prospettiva comune ogni singola pagina. Tutto questo facendo qualche ricerca sul web non lo ottieni. Ti ci potresti avvicinare, ma soltanto con ore ed ore di estenuanti interrogazioni, avendo sulle tue spalle i gravosi compiti di una redazione e, per noi italiani, la necessità di una buona conoscenza della lingua inglese. La magia delle riviste è tutta qui: qualche euro ti danno semplice ed immediato accesso ad un folto numero di pagine tutte dedicate al tuo argomento preferito; strutturate, ben impaginate, scritte con cura, verificate e comprensibili.

riviste per mac

Eppure questa ricetta inizia a non funzionare più tanto bene. Le riviste hanno promosso uno dei primi — rudimentali — esperimenti "social" con l'angolo dei lettori, dando risposta e/o visibilità alle lettere (ora email) più significative e creando un rapporto diretto con l'utente finale. Ma inviando una email oggi sei fortunato se la vedi pubblicata tra due mesi. In questo modo lo strumento è poco utile al lettore è diventa semplicemente un altro "contenuto" per riempire le pagine della rivista. Inoltre ora che gli editori si avvicinano timidamente a strumenti come l'iPad, nella maggior parte dei casi (non in tutti) lo stanno facendo riportando semplicemente il cartaceo sullo schermo. E molti esempi di multimedialità li ho visti "sprecati" per la pubblicità (che ci vogliamo fare, è l'anima del commercio). E aggiungo: nell'era dell'on-demand, che senso ha acquistare una intera rivista se magari ne "usi" solo una parte? Io per esempio scarto i tutorial ed il 90% delle notizie visto che le ho già stra-approfondite sul web.

Io un'idea ce l'avrei. Forse impraticabile e già sentita o magari innovativa o per alcuni sciocca, ma sempre un'idea è. Le redazioni dovrebbero crearsi un contenitore personale (magari per iPad) in cui offrano gratuitamente le notizie del giorno. A latere propongono poi i contenuti divisi per categorie: anticipazioni, prove hardware, tutorial, consigli, trucchi e quellochevoletevoi. Un utente può leggere i titoli ed acquistare un singolo contenuto a basso costo (0,15€), oppure abbonarsi all'intera annualità per quella categoria (test hardware per 10€). Un po' come con Sky miscelare due o più pacchetti o prendere il tutto compreso. Ogni articolo si porta dietro la sua pubblicità, con buona pace delle traballanti finanze. E basta con questi DVD che uno si conserva perché gli sembra brutto buttarli visto che li ha pagati, ma alla fine non servono a niente. Se si vuole proporre un software lo si fa scaricare. E se si vuole dare una licenza, basta il codice!

Capisco che per far "cassa" questa logica non funzionerebbe, tuttavia per la legge dei grandi numeri, piccole somme potrebbero avvicinare più utenti. Inoltre si risparmierebbe molto evitando i costi di stampa. Se ci pensate c'è l'esempio lampante di iTunes a fare scuola, con i suoi brani singoli a meno di un euro. Certo Apple è sempre Apple (come mi ha detto giustamente Tiziano), ma c'è sempre il tempo per affinare la "ricetta" sulla base dei risultati, l'importante è iniziare a capire che serve rinnovarsi per essere al passo con le esigenze degli utenti e con i nostri tempi. Dopotutto ci stiamo per mettere alle spalle la prima decade del ventunesimo secolo e nel 2001 non ricordo nessuna odissea nello spazio, escludendo quello virtuale del web 2.0.