Un’attesa veramente lunga, quella tra Tiger e Leopard. La versione 10.5 del sistema operativo Apple uscì il 20 ottobre 2007, dopo vari rinvii. Annunciato brevemente nel corso del WWDC 2005 e presentato nel dettaglio l’anno successivo, il leopardo era previsto per l’uscita tra fine 2006 e inizio 2007. Un nuovo dispositivo Apple, però, concentrò tutta l’attenzione dell’azienda su di sé: l’iPhone. La new entry della famiglia di Cupertino richiese, infatti, molta “manodopera”, che portò inevitabilmente a rimandare Leopard molto più in là rispetto ai piani previsti. Riprendendo un paragone fatto in precedenza, se Tiger si può considerare in piccolo una sorta di XP per Apple, Leopard fu, sempre nel suo piccolo, una sorta di Vista. Ovviamente si parla solo dal punto di vista temporale e non da quello qualitativo, dove vi furono ben note differenze tra i percorsi di Apple e Microsoft.

Se già Tiger rappresentò un notevole salto in avanti rispetto ai suoi predecessori, Leopard era ancor più ambizioso e primi testimoni di ciò erano i suoi requisiti minimi di sistema. Unica versione di Mac OS X disponibile in vendita sia per PowerPC sia per Intel, poiché per Tiger il DVD della scatola era solo per i PowerPC, richiedeva almeno un processore G4 da 867 MHz, 512 MB di RAM e nove GB di spazio su disco. Per chi intendesse sviluppare con Leopard, il requisito RAM consigliato era di un GB. Al contrario di Tiger, inoltre, era necessario il lettore DVD: il programma di scambio per ottenere i CD d’installazione al posto dei DVD non fu replicato per il nuovo sistema operativo. Come accaduto anche per le versioni precedenti, Leopard poteva essere eseguito su hardware differente rispetto a quello per cui era stato progettato. In ambito PowerPC, tramite alcuni trucchi era possibile installare e utilizzare il sistema anche alla presenza di un processore G4 inferiore a 867 MHz. In sostanza, questi trucchi facevano credere al processo d’installazione di Leopard che il processore in uso fosse più veloce di quanto effettivamente risultasse. Pollice verso, invece, per i G3: con Leopard non c’era verso di poterli utilizzare. I pochi Mac con G3 che poterono usufruire del nuovo sistema operativo erano in realtà stati aggiornati con un G4. Andando invece in ambito Intel, principalmente l’uso su hardware non supportato riguardava i cosiddetti hackintosh. Pratica iniziata già con Tiger, solo con Leopard conobbe una vera e propria esplosione, con un botta e risposta tra Apple e le communities dedite all’hackintosh. Nonostante gli sforzi fatti dall’azienda di Cupertino, l’installazione di Leopard è pienamente possibile su una vasta gamma di PC non Apple, grazie ai “contro-sforzi” fatti dagli utenti di hackintosh e dalle varie distribuzioni nate per far girare Mac OS X al di fuori dei Mac. Ancora gli utenti di Mac PowerPC ignoravano il futuro fato, ma Leopard sarebbe stato il canto del cigno per i loro computer: a partire dalla versione successiva, Mac OS X sarà compilato solo per processori Intel.

Non erano solo i robusti requisiti di sistema a far capire l’importanza del passaggio da Tiger a Leopard: Apple pubblicizzò oltre 300 nuove funzioni implementate. L’interfaccia, in primis, aveva subito numerosi ritocchi: le finestre persero l’aspetto di metallo satinato a favore di un grigio chiaro più “plasticoso”. Introdotto, a dire il vero, già ai tempi di Tiger, solo con Leopard divenne l’aspetto predefinito. La barra del menu divenne trasparente, mentre la Dock assunse un aspetto tridimensionale e introdusse le Pile, un nuovo modo per aprire le cartelle direttamente dalla Dock quando aggiunte a essa. Il Finder si concesse numerosi ritocchi estetici, ispirandosi a iTunes, la cui versione era in quel periodo la 7.  Presa da iTunes era anche la nuova modalità di visualizzazione Cover Flow, che presentava grandi anteprime degli elementi di una posizione in orizzontale e con un effetto tridimensionale. Novità assoluta era invece Time Machine, una nuova applicazione di backup automatizzato che consentiva il recupero di file persi o sostituiti tramite un’interfaccia grafica di alto impatto. Anche Spaces fece il suo debutto con Leopard, portando su Mac OS X un’applicazione integrata per la gestione e l’uso di desktop virtuali, con la possibilità di spostare e assegnare le applicazioni tra i vari desktop. QuickLook, invece, si propose come sistema di anteprima rapida per moltissimi file, evitando l’apertura dei programmi cui sono associati in caso di consultazioni veloci. Non erano delle vere e proprie novità, poiché già viste come parti opzionali, ma per la prima volta integrate nel sistema operativo furono Front Row, un media center modellato sull’interfaccia dell’Apple TV e Photo Booth, una applicazione per la cattura di foto e filmati tramite la webcam iSight integrata nei Mac. Anche Boot Camp, di cui si è parlato già nel capitolo riguardante Tiger, fu ufficializzato con Leopard. Una serie di miglioramenti coinvolse poi le applicazioni preesistenti: Mail guadagnò il supporto ai feed RSS e la creazione di note e to-do, mentre iChat si arricchiva con funzioni quale il login multiplo e Theater, che consentiva di condividere tra i partecipanti alla chat moltissimi contenuti come file multimediali e documenti. Per quanto riguarda le parti fondamentali, fu posto l’accento sul supporto alle applicazioni a 64-bit sviluppate in Cocoa, che consentì a Leopard di iniziare un percorso che sarebbe stato completato solo con la versione successiva. La sicurezza fu migliorata con l’introduzione della casualizzazione parziale delle librerie usate dal sistema nella memoria, delle sandbox e di un nuovo firewall operante in base alle applicazioni, le quali potevano ricevere o no dati secondo le impostazioni dell’utente. Le migliorie incluse furono così tante che ci vorrebbero troppe pagine per scriverle: quelle riportate sono solo una piccola selezione.

L’accoglienza di Leopard fu piuttosto buona, anche se non mancarono le critiche su alcuni aspetti del sistema. L’interfaccia rivisitata non fu gradita da tutti: i più critici ritennero come fosse un netto passo indietro rispetto alla  precedente. Nemmeno Time Machine sfuggì a recensioni negative: l’applicazione era priva di molte funzionalità presenti in software alternativi e non era in grado di salvare backup su dischi collegati alle postazioni AirPort.  Questa limitazione fu superata in un aggiornamento successivo al rilascio di Leopard. Anche la sicurezza fu un aspetto piuttosto criticato, su cui si sostenne come gli sforzi di Apple non fossero per nulla adeguati e il nuovo firewall fosse notevolmente peggiore di quello precedente. Un altro punto critico, infine, fu il file system ZFS. Sviluppato da Sun, sembrava essere il candidato ideale per sostituire HFS+, considerato meno efficiente rispetto al nuovo file system. Apple, dopo alcuni approcci iniziali, decise di abbandonare gran parte dei piani riguardanti ZFS, limitandosi solo a un supporto in lettura nella versione Server.

Gli aggiornamenti rilasciati per Leopard furono in totale otto. Il primo, 10.5.1, arrivò il 15 novembre 2007, mentre l’ultimo, 10.5.8, fu rilasciato il 5 agosto 2009. Alla data di pubblicazione di questo libro, Leopard riceve ancora periodici piccoli aggiornamenti riguardanti la sicurezza da parte di Apple. Il 10.5.8 fu l’ultimo dei grossi aggiornamenti per Leopard anche perché il successore era in arrivo. Il leopardo stava per evolversi. La sua evoluzione sarà oggetto dell'ultimo articolo della serie, in arrivo lunedì.