Lo scenario in cui si svolge la nostra riflessione è piuttosto comune, quanto il fotografo "esigente" (amatore o professionale che sia) che vuole ottenere maggior controllo e migliore qualità anche quando non può – o non vuole – usare il proprio armamentario pesante, di ottiche e corpi macchina. Per quanto ormai ci sembri scontata, la fotografia digitale è piuttosto giovane e per i primi lunghi anni non è stata minimamente in grado di pareggiare la qualità della pellicola. Per la verità ci sono ancora molti appassionati che resistono strenuamente al richiamo dei bit, una storia che ricorda un po' la contrapposizione tra vinile e CD nel campo musicale.

Spero vivamente che la fotografia tradizionale resista alla prova del tempo, anche dopo questa strana era in cui ogni cosa cambia. Tutto ciò ci circonda si sta trasformando rapidamente da analogico a digitale. Bit e batterie: senza questi elementi smetterebbero di funzionare la maggior parte degli strumenti che usiamo quotidianamente. Il digitale ci attira con la sua praticità, con le meraviglie tecnologiche di schermi e funzionalità che perfino l'anno precedente sembravano al confine della fantascienza. Ma la magia della fotografia non è racchiusa nei bit bensì nella natura: nella luce e nell'uomo. Per questo si può convenire che lo strumento sia di per sé secondario. E per lo stesso motivo alla fine anche Leica, il più conservatore tra gli storici nomi della fotografia, nel 2008 ha presentato la sua prima rangefinder a telemetro con sensore digitale.

Tante parole con l'unico scopo di rivalutare l'importanza dell'uomo dietro la fotocamera. Ma alla fine anche il mezzo ha il suo peso. Possiamo realizzare uno scatto "emozionante" anche con l'iPhone ma la tecnica e la qualità sono altra cosa: conferiscono durabilità, riproducibilità e finanche bellezza. Quanto è importante il bokeh in un ritratto (seppur sfuggente come questo)?

© Richard Weber

Per non parlare del fatto che ci sono moltissimi casi in cui avere un'attrezzatura professionale invece di una compatta economica non significa solo "meglio" ma determina categoricamente la possibilità di immortalare o meno l'immagine che vorremmo. Chiunque avrà sperimentato la frustrazione di non riuscire a fotografare una comune scena domestica, spesso anche con le reflex entrylevel. Ci si trova a scegliere tra un eccessivo rumore o soggetti mossi.

I fotografi di reportage più estremi, quelli che arrivano finanche a rischiare la vita per un clic, rappresentano probabilmente l'esempio più importante in cui vi sia reale necessità di trovare un equilibrio tra qualità e portabilità.

© Boston Globe

Le prime reflex digitali erano dei giocattoli tecnologi: costosi e qualitativamente inadatti a competere con la pellicola. Tralasciando il fascino della chimica, oggi le DSLR hanno raggiunto ottimi livelli ed offrono decisamente più flessibilità: basti pensare al cambio di ISO in camera o alla capienza ed economicità delle memorie. Nel campo delle compatte digitali la qualità è sempre stata ampiamente inferiore. Mi viene però in mente una frase sentita più volte che, parafrasando, dice che la migliore foto è quella che puoi fare... quando hai la macchina fotografica con te. E andare sempre in giro con una reflex full frame al collo, per un peso complessivo che supera i 3 kg, non è sempre possibile (senza considerare che in pochi possono sopportarne anche i costi).

Le compatte prosumer, di cui probabilmente il più noto filone è rappresentato dalla serie G di Canon, hanno soddisfatto per lungo tempo le richieste di chi voleva una qualità accettabile, controlli manuali e portabilità. Con corpi robusti, sensori leggermente più grandi rispetto il settore consumer ed ottiche luminose e precise, si è riusciti a soddisfare in parte queste richieste. A Canon si sono aggiunti molti altri marchi e di recente sto testando la bella Nikon P7100, praticamente un clone della G12, la cui recensione arriverà tra pochissimi giorni. Proprio parlando di lei mi sono soffermato a riflettere sulla domanda che ha aperto questo post-riflessivo.

Fotocamere del genere sono abbastanza leggere (sotto i 400gr) facilmente trasportabili ma non veramente tascabili. La qualità dei risultati è sicuramente superiore a quelle delle "compattine" economiche ma comunque lontana da quella delle reflex APS-C entry-level che ingombrano il triplo ma costano più o meno le stesse cifre. Fortunatamente gli anni recenti stanno sfornando novità interessanti che rischiano di riuscire, in brevissimo tempo, a fornire la qualità delle seconde nella dimensione delle prime. Un esempio lampante è stato quella della ormai famosa Fujifilm X100, molto apprezzata e venduta, seppure il suo pubblico sia piuttosto selezionato per costi e per l'ottica fissa. Ma cosa succederebbe se Fujifilm ne presentasse un erede, sempre con sensore APS-C, ma con ottiche intercambiabili e dal costo (del solo corpo) di poco superiore alle 500€? Alla fine se ne spendono anche più di 400€ per una compatta di alto rango. D'accordo, qui si stanno facendo solo ipotesi, ma allora cosa dire della piccola e già reale Panasonic GX1 con ampio sensore Micro Quattro Terzi ed obiettivo zoom retrattile (ma con lenti intercambiabili)?

A mio avviso è facile immaginare che nel 2012 le compatte professionali perderanno ulteriormente terreno per lasciare completamente il campo a favore di soluzioni di questo tipo. Senza contare che già esistono numerose EVIL/CSC con sensore anche più grande (APS-C) e dimensioni del corpo molto ridotte. Le ottiche in molti casi continuano ad essere particolarmente prominenti ma la tendenza sembra essere quella di adottare soluzioni retrattili come fece fin da subito Olympus con le Pen, Panasonic con Lumix X ed anche Nikon con la serie 1 già in commercio (il 10-30mm del kit è retrattile).

Per rispondere alla domanda iniziale io dico: sì, c'è ancora posto per le compatte prosumer. Ma aggiungo: per ora, perché sono giunte pericolosamente al capolinea. Nei prossimi mesi o si cambia registro o la riduzione delle dimensioni e dei costi delle EVIL finirà inevitabilmente per tagliarle fuori dal mercato.