Avere a che fare con Apple non è qualcosa di così facile come si pensa. Se per molti di noi utenti tutto sembra relativamente facile, per altri il rapporto con l'azienda di Cupertino è decisamente più travagliato e talvolta doloroso. Ne sanno qualcosa AirFoil e AirFloat, a cui è stato dato il benservito dopo un periodo di onorato servizio per i loro acquirenti, a causa dell'uso di API non ufficialmente a disposizione delle app di terze parti, il che ha comportato la violazione delle linee guida dell'App Store. E se si pensa che la pulizia sia destinata a fermarsi, ci si sbaglia: la nuova vittima è Flattr.

Di che cosa si tratta? Flattr è una soluzione per i micropagamenti, sviluppata da uno dei fondatori del noto The Pirate Bay, che consente agli sviluppatori di inserire nelle proprie applicazioni una via comoda e semplice per ottenere preziosi fondi per proseguire lo sviluppo, e agli utenti di premiare i propri prodotti preferiti che fanno uso di questo sistema. A quanto pare è proprio la sua natura il problema. Apple ha eliminato una delle apps che si appoggiava a Flattr, Instacast, in quanto infrange la regola 21.2 per l'accettazione e la permanenza sull'App Store, ossia la possibilità di ottenere donazioni solo tramite pagina web caricata separatamente o SMS, nessuna possibilità di adottare soluzioni di terze parti. Insomma, non si sfugge, se si vuole fare un'app a pagamento bisogna dividere la torta con Apple, 70-30. Non è certo il primo caso in assoluto e nemmeno sarà l'ultimo.

Dal punto di vista morale? Questa, come quelle che hanno portato all'eliminazione di AirFoil e AirFloat, è un'azione sicuramente molto discutibile, che dimostra una rigidità probabilmente eccessiva di Apple nel punire chi non segue le linee guida. Soprattutto Flattr poteva essere salvata, dato che difficilmente avrebbe portato gravi danni a Cook e soci, dando invece una ottima opportunità agli sviluppatori alle prime esperienze per ottenere fondi, donati volontariamente dagli utenti in base al loro apprezzamento verso il lavoro compiuto. Si potevano mettere determinati paletti, ovviamente, in modo che non si abusasse della concessione, soprattutto da parte delle software house più grandi. Invece hanno preferito una soluzione più drastica, senza alcuna concessione.

Se il cuore dice così, però, la ragione ha tutt'altro parere. Alla fine non si può biasimare troppo Apple per le azioni compiute: la piattaforma è sua, le regole sono le sue e agisce in base ad esse. Sta agli sviluppatori (e anche agli utenti) decidere se sono accettabili oppure conviene guardare ad altri lidi, come Cydia o, cambiando completamente sistema operativo, Google Play. Tutto il mondo è regolato in base a regole prestabilite, c'è chi preferisce lasciare più margine d'azione e c'è invece chi, come Apple, vuole un maggiore controllo. Ciò, ovviamente, fa tornare a discorsi triti e ritriti fatti sulle filosofie contrapposte di iOS e Android, su cui non intendiamo tornare. Alla fine, sono questioni personali, quelle che portano a una scelta piuttosto che a un'altra.

Detto ciò, progetti come Flattr o AirFoil devono per forza arrendersi? No, anzi: è continuando e cercando altre soluzioni che dimostreranno la propria forza. Perciò ci auguriamo che le apps e i progetti meritevoli rimasti fuori dall'App Store possano avere ancora un grande futuro, anche nel caso decidessero di lasciare definitivamente la piattaforma iOS. E chissà che Apple prima o poi non decida davvero di allentare un pochino la presa, lasciandosi andare anche a qualche cambiamento. In fondo, per gli sviluppatori di Zombies, Run! ha fatto un'eccezione, dunque qualche speranza c'è.