Quando Google presentò la prima versione di ChromeOS, distribuito solo sui suoi Chromebook, sembrava che volesse percorrere una strada chiara e precisa: cambiare il modo di concepire il sistema operativo dei nostri computer, concepito solo come uno dei tanti mezzi di accesso ai nostri dati ormai archiviati sulla nuvola. Proprio per questo, la sua prima GUI (interfaccia grafica) ricordava molto quella del browser Chrome, da cui mutuava anche le app installabili.

Qualche mese fa, forse a causa della scarsa diffusione del nuovo OS, la Grande G ha virato improvvisamente introducendo una nuova GUI, più simile a quella dei sistemi operativi "tradizionali", a mio avviso una summa tra la nuova barra delle applicazioni di Windows 8 e dell'insopportabile Launchpad di OS X.

Il principio alla base di ChromeOS, rimane, però, inalterato: essere un punto di accesso per le applicazioni web, grazie alle quali possiamo raggiungere i nostri dati da qualsiasi dispositivo e da qualsiasi luogo in cui ci troviamo, purché vi sia una connessione ad internet. Nonostante gli sforzi, il Chromebook di Google non ha avuto l'aumento di vendite sperato, così che a Mountain View hanno deciso di concedere il loro piccolo OS ai produttori di pc.

Questo trasferimento dei dati dai nostri hard disk verso i server cloud era già stato previsto 15 anni fa da Steve Jobs durante il keynote della WWDC del 1997, quando introdusse lo standard di rete Gigabit. Nel discorso introduttivo, sottolineò come quando lavorava nella sua NeXt non poteva utilizzare i dati in altri luoghi, in quanto il file system utilizzato da NeXtStep (il sistema operativo che poi diventò la base per Mac OS X) era l'NFS e, quindi, i drive erano incompatibili con altre macchine che non supportassero quella tecnologia di archiviazione. Per questo decise di trasferire tutta la sua directory Home su un server centrale di NeXt, in modo da poter lavorare anche dalle sedi di Pixar e da casa, avendo anche il considerevole vantaggio di non doversi occupare in prima persona del salvataggio dei dati personali, in quanto la società aveva assunto un addetto al ripristino dei dati che ogni notte si occupava di creare una copia di sicurezza di tutti i dati presenti sui server di NexT.

Dopo 15 anni, possiamo ammettere che Jobs aveva predetto, ancora una volta, il futuro dell'informatica: le nostre caselle e-mail possono essere consultate via web, la libreria musicale è su iTunes Match o su Spotify, i documenti li troviamo in Dropbox e in Google Drive.

Ma cosa differenzia Apple da Google? La prima, attualmente, vede il cloud computing come un'estensione dell'esperienza utente tradizionale, un mezzo per aumentare la produttività personale che è comunque legata alle app per iOS o ai programmi per OS X che ognuno di noi acquista a parte e utilizza in locale, Google invece vede la nuvola come il vero e proprio computer, fornendo i software necessari alla creazione e all'editing dei documenti, dematerializzando (passatemi il termine anche se si tratta di software) programmi e dati che possono essere utilizzati da device anche poco potenti.

Personalmente, preferisco un approccio più simile a quello di Apple (e di Microsoft, anche se ha reso disponibile da qualche tempo Office365, la versione cloud e a canone mensile della sua suite di programmi per l'ufficio): è quasi magico poter accedere ai dati da qualsiasi macchina, ma preferisco utilizzare i miei programmi, scelti accuratamente fra tutta l'offerta disponibile in base alle mie esigenze e non dover passare necessariamente dall'offerta di Google.

Cosa ci attende nel futuro, dunque? Il cloud come estensione del sistema operativo o il sistema operativo come estensione del cloud? Solo il tempo e le esigenze degli utenti potranno dirci quale dei due approcci avrà futuro.