Disclaimer: questo non vuole essere un post di valutazione o di critica di una corrente politica piuttosto che di un'altra: SaggiaMente non è il luogo adatto per questo tipo di discussioni. Semplicemente, si vuole solo raccontare (con qualche personale critica ai fatti) gli sviluppi dovuti all'aumento dell'equo compenso.

Il Ministro della Cultura Dario Franceschini, con un tweet di qualche minuto fa, ha criticato Apple che per prima ha aggiornato il suo listino prezzi, ritoccandolo verso l'alto per allinearli al nuovo balzello.

L'equo compenso, infatti, così come è strutturato, non ha natura di vero e proprio tributo, non avendo le caratteristiche minime per essere qualificato come tale, anche se, purtroppo, ha un effetto equivalente che, però, non va a beneficio dell'apparato statale, ma solo di quello parastatale.

Forse non tutti sanno che la SIAE, nata come società privata fra autori ed editori per la tutela (sacrosanta, in linea di principio) della loro proprietà intellettuale, ha  oggi natura di ente pubblico economico a base associativa (così come da definizione della legge 2/08). Tale forma giuridica le permette da un lato di non far parte della Pubblica Amministrazione dello Stato italiano e, quindi, di poter avere autonomia negoziale di natura privatistica, dall'altro di essere soggetta al controllo congiunto del Consiglio dei Ministri e del Ministero per le Attività e i Beni Culturali: questo significa che la propria dirigenza è frutto di nomina di natura politica. Per chi ha qualche capello bianco, la SIAE ha attualmente la stessa natura dell'IRI e dell'ENI (prima delle vicissitudini che hanno portato alla chiusura del primo istituto e alla trasformazione in SpA di ENI).

Gli organi della SIAE ed in particolare il consiglio di gestione possono, dunque, modificare le proprie entrate solo con decreto ministeriale. L'equo compenso, già in vigore da alcuni anni in Italia ed oggi ancora al centro delle critiche dei consumatori, anzi, pardon, dei cittadini tutti, può quindi essere aumentato (o diminuito) solo con un atto di un organo del Governo.

siae

Ovvio è che il Ministero dei Beni Culturali avrà ricevuto l'input da parte del consiglio di gestione per il ritocco dell'iniquo compenso (a detta della SIAE stessa, che lo ritiene troppo basso e non satisfattivo delle proprie pretese risarcitorie) per la riformulazione delle percentuali che portano, come nel caso degli hard disk esterni, ad aumenti di costo per i produttori pari a € 10,00 per ogni terabyte di memoria. Ma v'è di più! Proprio come accade per le accise, l'equo compenso contribuisce ad aumentare la base imponibile del prezzo del bene ai fini IVA e, quindi, su di esso va calcolato un ulteriore 22% di imposta sul valore aggiunto.

È anche da specificare che l'equo compenso, per come è stato concepito, mira a risarcire preventivamente gli autori e, soprattutto, gli editori, dalla perdita che potrebbero avere qualora un cittadino, dopo aver acquistato regolarmente, ad esempio, un cd musicale, ne trasferisca il contenuto sul proprio smartphone (esercitando, peraltro, un suo sacrosanto diritto di fruizione dell'opera), computer o dispositivo di archiviazione di massa senza acquistarne una seconda copia digitale dai negozi online come iTunes o Play Music. Secondo quanto dichiarato dall'avv. Luca Scordino, consigliere di gestione della SIAE, in una intervista al Fatto Quotidiano, la società degli autori e degli editori nel solo 2012 ha trattenuto 4,7 milioni di euro su quanto incassato dall'equo compenso a titolo di costi di gestione. Una cifra ragguardevole, considerando che l'ente incassa anche altri contributi dai suoi iscritti, dalle casse discografiche, dai gestori dei locali, dagli organizzatori delle sagre paesane estive e dai concerti delle band liceali.

Evidentemente, come tutto l'apparato del parastato, la SIAE ha dei costi di gestione e funzionamento troppo elevati, ma essendo ente pubblico può anche non procedere ad una ristrutturazione interna o al taglio di costi inutili in un'ottica di spending review (con buona pace delle amministrazioni virtuose come le Autorità portuali che, seppur in forte crescita economica, non possono investire sul territorio o assumere nuove figure professionali a causa dei blocchi alle spese della pubblica amministrazione).

Non bisogna aver necessariamente studiato microeconomia o diritto tributario per capire che imposte, tasse e balzelli ad effetto equivalente sono per le imprese tutte un vero e proprio costo di produzione il quale, dunque, ricade sul consumatore finale: Apple è stata la prima ad adattare i propri prezzi in via ufficiale, ma forse altri la seguiranno (o l'hanno già anticipata) senza troppo rumore.

Negli ultimi anni, a partire dal governo Monti in poi, abbiamo assistito ad aumenti di imposizione diretta e indiretta sotto ogni aspetto: basti pensare ai due punti di IVA in più che portano l'Italia sul tetto d'Europa (il massimo previsto dal regolamento comunitario in materia è, se non erro, del 23%), senza contare i continui aumenti del costo del lavoro e di altri tipi di imposizione indiretta (come le marche da bollo, il contributo unificato o i diritti di cancelleria che sono più che triplicati).

Apple ha assorbito i primi due aumenti IVA (quello al 21% era stato inizialmente aggiunto ai prezzi, poi è stato riassorbito con l'introduzione del successivo listino, mentre quello al 22% è stato riassorbito immediatamente) e l'introduzione dell'equo compenso, ma, ovviamente, non può assorbire anche l'ennesimo aumento: ricordiamo che per il fatturato di Apple, una perdita costante di tre o quattro punti percentuale su base annua è di grossa rilevanza per il bilancio societario. Ah, ironia dell'economia: l'aumento forzoso dell'IVA (voci di corridoio dicono che dal primo ottobre potrebbe schizzare al 23%) ha comportato una riduzione della sua riscossione per le casse dello Stato che ha incassato il 5% in meno di imposta sul valore aggiunto dopo il primo aumento e il 7% in meno dopo il secondo: l'aumento dell'imposizione indiretta genera, infatti, una contrazione dei consumi e quindi, paradossalmente, una diminuzione dell'incasso delle imposte stesse.

Ovviamente, la questione equo compenso è solo la punta dell'iceberg del problema italiano: una qualsiasi impresa, per lavorare nel nostro Stato, deve sopportare tremendi costi dovuti, da un lato, alle lungaggini dell'apparato burocratico (provate, ad esempio, ad avere una autorizzazione a costruire in meno di sei mesi...) dall'altro, al cuneo fiscale e all'imposizione che, ormai, cerca di ammazzare sempre più l'iniziativa privata: non è un caso se chi può trasferisce la propria attività all'estero, magari semplicemente varcando il confine o attraversando qualche miglio di mare (ad esempio, ci sono più industrie venete in Austria che nel Veneto stesso).

Il prezzo di vendita di un iPhone, di un iPad o di un Mac (così come quello di uno smartphone o di un pc), risente, dunque, di tutta una serie di costi imposti dallo Stato italiano, costi che, negli altri paesi UE, non esistono o sono molto più bassi e, pertanto, permettono alle aziende di vendere lo stesso prodotto ad un prezzo più basso. Inoltre, nell'era del mercato digitale globale, è facile per chiunque acquistare uno stesso dispositivo ad un prezzo più basso dalla Francia o dalla Germania, ma sono acquisti che, di contro, riducono ulteriormente i consumi nel nostro territorio e, quindi, inducono chi ci governa, ci ha governato e ci governerà ad aumentare nuovamente l'imposizione fiscale per salvare i propri lauti stipendi e, soprattutto, i propri benefit, innescando una tremenda spirale che può portarci solo verso il basso.

Dunque, caro Ministro Franceschini, prima di avventurarsi in analisi di mercato internazionale comparato in 140 caratteri, è opportuno documentarsi un po' meglio: la caccia alle streghe è terminata qualche secolo fa, mentre l'idea dell'individuazione di un capro espiatorio (in questo caso, Apple che, invece, ha scosso l'opinione pubblica con l'update dei prezzi dei suoi prodotti) non colpisce, ormai, quasi più nessuno.

Sempre tuo.

Elio