La battaglia dell'Unione Europea per una maggior trasparenza per gli acquisti in-app continua, ma, questa volta, ha richiamato solo Apple.

Come ben sappiamo, sin dal suo lancio, l'opzione di acquisto di contenuti aggiuntivi per le applicazioni è stata sfruttata soprattutto dalle software house dedite allo sviluppo di videogiochi per poter acquistare merce di scambio (leggasi, denaro virtuale) per poter espandere, ad esempio, il proprio villaggio. Spesso questo ha causato addebiti sulle carte di credito di ignari (e, concedetemelo, spesso sprovveduti) genitori, i quali hanno lasciato la password del proprio Apple ID ai figli permettendo loro di potenziare la propria esperienza di gioco a caro prezzo.

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Vista la poca chiarezza che caratterizzava il sistema al lancio, sia Apple che Google, richiamate più volte dalla Commissione Europea e dalle associazioni dei consumatori, sono corse ai ripari specificando quali app scaricabili gratuitamente (e, a onor del vero, anche a pagamento) presentassero la possibilità di acquistare nuove funzionalità: nel caso di App Store, sotto il titolo dell'applicazione è indicato chiaramente "Offre acquisti in-app" e, subito dopo la descrizione, è presente un collegamento che mostra, in una seconda schermata, cosa sia possibile comprare e a che prezzo.

A quanto pare, tutto questo all'UE non basta: la Commissione ha chiesto ad Apple (e, indirettamente, anche agli altri operatori) di specificare chiaramente che l'applicazione gratuita con acquisti in-app non è... gratuita e anche di indicare il vero costo della stessa, bacchettandola anche sulle promesse di collaborazione per risolvere la questione non ancora, a loro dire, mantenute. Da Cupertino hanno prontamente replicato che in iOS 8 saranno presenti novità in merito, come, ad esempio, la funzione "Ask to Buy" che chiederà al titolare della carta di credito associata all'Apple ID di confermare l'acquisto anche se effettuato da un altro dispositivo.

La tutela del consumatore è uno dei più grandi successi legislativi dell'ultimo decennio per quel che riguarda la giurisprudenza europea ed italiana (in USA, ad esempio, la tutela è molto più radicata sia culturalmente che nel tempo) e, personalmente, trovo giusto che su App Store, Play Store e Windows Marketplace sia segnalato chiaramente che le app possano "nascondere" costi aggiuntivi. Ben venga, anche, la segnalazione dei software gratuiti ma con espansioni a pagamento con un'altra nomenclatura (ad esempio, al posto del pulsante "Gratis" per il download del programma potrebbe essere inserita la dicitura "Freemium", ammesso che sia più comprensibile da tutti), ma la quantificazione della possibile spesa rimane, per me, di difficile interpretazione: se voglio comprare le bacche per espandere in mio villaggio dei Puffi o delle vongole per comprare un nuovo costume per Peter Griffin, ma posso ulteriormente acquistare moneta virtuale per velocizzare tutte le operazioni di gioco senza alcun limite, quale previsione di spesa può essere inserita? Forse, utilizzare la dicitura "valore indeterminabile" come già accade per la valutazione del quantum in un atto di citazione per una causa innanzi al Tribunale? Ai posteri l'ardua sentenza. Nel frattempo, se avete dei figli piccoli, l'unico consiglio che posso darvi è di non comunicare loro alcuna password per il download di app e dlc a pagamento: a mio avviso, i sistemi (seppur minimi) già inseriti in App Store e Google Play Store per evitare costosi "download accidentali" sono, utilizzando la comune diligenza, più che sufficienti per non poter chiedere ad Apple e Big G alcun rimborso.