Non c'è tregua per la questione equo compenso: dopo la sua introduzione e il tweet del Ministro Franceschini sull'aumento dei prezzi da parte di Apple, ecco pronta la stoccata finale della SIAE che la accusa di discriminare gli utenti italiani al solo fine di aumentare i propri profitti.

Nello scorso articolo, ho già specificato quale sia la natura della SIAE, come si proceda alla nomina dei suoi amministratori ed il perché l'aumento dell'equo compenso è deciso con decreto ministeriale. Ho anche puntualizzato che esso non ha natura di tributo, per quanto gli effetti siano equivalenti.

L'accorato appello dell'ente pubblico, rivolto alle associazioni dei consumatori al fine di difendere "i consumatori italiani e la cultura del nostro Paese", lascia, a mio avviso, un po' interdetti, sicuramente stupiti e soprattutto grottescamente divertiti.

Quello che sfugge alla società degli autori e degli editori, è che l'equo compenso viene riscosso dalle società solo perché sarebbe più difficile riscuoterlo dai consumatori che, quali utenti finali, potrebbero utilizzare i dispositivi di archiviazione per immagazzinare una copia privata di musica e filmati già in proprio possesso: se così non fosse, la Pubblica Amministrazione, ad esempio, non potrebbe richiedere il rimborso di quanto pagato per il balzello sulla copia privata.

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L'equo compenso, quindi, è un vero e proprio costo per le imprese tutte che, ovviamente, avendo il fine ultimo di seguire il mero profitto e di massimizzarlo, lo fanno ricadere sull'acquirente, ma per la SIAE, questa semplice e ragionevole teoria del costo che si trova, più o meno, nelle prime pagine di tutti i libri di microeconomia, non va bene.

A confermare questa scarsa conoscenza della teoria del costo e del funzionamento dell'economia di mercato, vi è l'iniziativa che la SIAE vorrebbe intraprendere vendendo gli iPhone allo stesso prezzo francese. Per far ciò, la società dovrà comprare da Apple (ammesso che la società vorrà venderglieli) o da un distributore ufficiale (e speriamo non parallelo, onde evitare di essere citata in tribunale per aver scavalcato i distributori autorizzati italiani) qualche stock di iPhone (il cui prezzo, al netto di IVA ed equo compenso, in Italia è pari ad € 596,94 anche a causa del costo del lavoro) e venderlo con un probabile risicato guadagno di poco più di € 100,00, al fine di permettere il risparmio di € 100,00 al consumatore finale, tutto questo al lordo dei costi di gestione, trasporto, stoccaggio e spedizione dei dispositivi che, come è facile immaginare, potrebbero essere a mala pena coperti dal guadagno che la SIAE si prospetta.

Molto probabilmente, come è lecito supporre facendo due conti della serva, la SIAE venderà gli iPhone in leggera perdita, ma tanto, a differenza di quanto accade per un normale negozio, eventuali perdite saranno comunque coperte, in un modo o nell'altro, dai contribuenti. Inoltre, a mio avviso potrebbe configurarsi un'ipotesi di concorrenza sleale nei confronti di chi, invece, è costretto a vendere i dispositivi ad un prezzo più alto (vuoi perché Apple obbliga a mantenere una linea di prezzi uniforme, vuoi per i maggiori costi che deve sostenere per mandare avanti l'attività), ma di questo, forse, se ne potrebbe occupare l'Autorità giudiziaria se adita da chi ha interesse a frenare questa demagogica iniziativa contro Apple.

Caro Gino Paoli, i tempi del Tea Party sono finiti a Boston nel 1773: a quei tempi, però, le colonie americane combattevano per la loro indipendenza dall'oppressione inglese e il boicottaggio del thè diede vita alla rivoluzione americana. L'iniziativa della SIAE appare più come la volontà di buttare fumo negli occhi ai cittadini / contribuenti, cercando di aizzare una rivoluzione contro chi, invece, lecitamente persegue i suoi scopi. Del resto, ricorda che, alla fine della rivoluzione francese, fu proprio Robespierre ad essere decapitato.

Sempre tuo.

Elio