Mac basati su ARM? Non è certo un rumor nuovo, più volte è stata paventata tale possibilità negli ultimi anni, con la graduale crescita dei processori non-x86. Basta una ricerca per vedere gli articoli già solo da noi dedicati all'argomento. La superiorità mantenuta dalle soluzioni Intel ha però lasciato il tutto al livello di semplice chiacchiericcio. Certo, non che oggi ci troviamo davanti a ufficialità, ma le cose sono molto cambiate dal punto di vista tecnico, con System-on-Chip, in primis proprio quelli Apple, davvero in grado di tener testa anche a modelli a basso voltaggio della gamma Core di recente generazione. KGI, l'azienda di analisi conosciuta soprattutto per Ming Chi-Kuo spesso autore di solidi report, crede alla possibilità, con tanto di date (via 9to5Mac).

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Il 2016 sembrerebbe infatti essere quello buono per il debutto, con l'utilizzo dell'A10X in contemporanea alla generazione di iPad prevista per tale anno. Samsung viene quotata come sola fornitrice, lasciando a TSMC il compito di produrre i SoC per gli iPhone. Il processo produttivo a cui si punta sarebbe a 10 nanometri con tecnologia FinFET, adottata già da Intel a partire dal 2012 e in fase di implementazione anche nel mondo ARM. Per il resto è difficile prevedere le altre caratteristiche del componente: KGI stima una potenza a metà strada tra Atom e Core i3, forse persino una sottovalutazione se si considera che almeno nei benchmark sintetici già l'A8X si avvicina agli i5, in ogni caso sufficiente per Apple almeno da implementare il suo processore nei Mac entry-level e ultraportatili.

I vantaggi di una mossa del genere, almeno dal punto di vista dell'azienda di Cupertino, si vedrebbero subito. Poter fare affidamento su SoC progettati in casa diminuirebbe la necessità di dipendere da Intel, controllando così in modo più accurato l'evoluzione dei prodotti e soprattutto le tempistiche di ingresso sul mercato. Il mancato appuntamento di Broadwell nel 2014 ha mostrato tutte le sue conseguenze tecniche nell'assenza di aggiornamenti di forte rilievo per la gamma esistente, se escludiamo l'introduzione dell'iMac Retina e la tanto attesa attualizzazione del Mac mini. Inoltre, proprio come nell'ecosistema iOS, l'ottimizzazione tra hardware e software giocherebbe un ruolo chiave in questa operazione, con OS X che beneficerebbe di configurazioni ben più su misura di quanto non lo siano già adesso. È altamente plausibile pensare che già da anni nei laboratori Apple vi siano prototipi funzionanti su ARM, proprio come la "doppia vita segreta" sui Pentium prima del fatidico annuncio del giugno 2005. Altra conseguenza, meno fondamentale delle altre ma senz'altro positiva agli occhi di Tim Cook, è il colpo che verrebbe inferto al movimento hackintosh, almeno per un po'.

Dall'altro lato, però, è impossibile non pensare alle complicazioni di una transizione del genere. Si ripeterebbe uno scenario già occorso in Apple, prima col passaggio da 68k a PowerPC e poi con quello da PowerPC a x86. Sviluppatori da "accompagnare", utenti da supportare, strumenti da predisporre per agevolare il passaggio. Da considerare inoltre la perdita della compatibilità con Windows, sistema operativo con cui volenti o nolenti molti devono avere a che fare. I Mac Intel hanno garantito da questo punto di vista una soluzione ottimale, riducendo nettamente la necessità di due computer separati. Più in generale, però, appare proprio poco probabile nel breve termine un trasloco in piene forze in quanto il cammino delle soluzioni ARM per raggiungere le capacità della fascia x86 media e alta, soprattutto nel settore desktop, è ancora lungo. La sola "forza bruta", ossia intervenire sulla quantità di processori inclusi nei computer e/o sulla loro frequenza operativa, non è sufficiente, come hanno dimostrato in questi anni le difficoltà di AMD senza neanche doversi spostare a livello di piattaforma per il confronto. Occorrerà perseverare nel miglioramento dell'architettura Ax.

Eppure, tutto quanto scritto sopra non è detto vada a costituire un freno allo switch x86-ARM, anzi. Per come la vediamo, anche sulla base delle pregresse esperienze esso potrebbe essere gestito molto meglio, dal momento che occorrerebbe sul lungo termine. Sarebbero coinvolti nei primi tempi i soli modelli base di MacBook Air e Mac mini per estendersi poi all'intera gamma man mano che le generazioni di Ax progrediscono fino a rivaleggiare alla pari con qualsiasi controparte Intel di medesima generazione. Nel frattempo si potrà sviluppare una nuova serie di applicazioni universali, consentendo di arrivare allo scatto finale con la necessità ridotta al minimo di ricorrere a soluzioni onerose in termini di prestazioni come fu Rosetta. Il tutto in un periodo temporale che con buone probabilità supererebbe il quinquennio in termini di durata. Rimarrebbe solo l'ultimo potenziale problema, la compatibilità con Windows. Possiamo ipotizzare che nel caso prendessero piede i Mac con ARM, il resto del mercato PC non ci metterebbe molto a seguire le orme, con modalità simili a quanto descritte sopra. Magari nel 2025 avremo MacBook Pro dotati di A19X e OS X 10.21 su cui potremo usufruire di VMware Fusion 18 per far girare una macchina virtuale Windows, proprio come oggi è fattibile su x86.

Tutti scenari ipotetici, che guardano molto in là e soggetti a variazioni di qualsiasi tipo, inclusa l'assoluta non realizzazione. Se non altro, qualora in KGI avessero ragione, non occorrerà relativamente tanto per capirne di più. Lasciamo la parola ai lettori: un nuovo cambio di piattaforma vi piacerebbe? Oppure al contrario vi crea timore? In entrambi i casi, perché? Dateci come sempre la vostra opinione attraverso i commenti.