Apple attira a sé amore ed odio, così come l'uomo che l'ha guidata al successo. C'è chi la mette su un piedistallo e ritiene che tutto ciò che fa e produce sia inarrivabile e chi critica aspramente ogni sua mossa. In una piccola nicchia "saggia" si trovano quelli più informati e che misurano con attenzione i lori giudizi. Lo sappiamo bene che non è stata Apple ad inventare i computer, le interfacce grafiche, la musica digitale, gli smartphone o i tablet, tuttavia non possiamo negare che sia riuscita a dettare legge in ognuno di questi settori. Questo non significa che faccia – o abbia fatto – sempre bene, ma che più di una volta si sia dimostrata in grado di guidare l'evoluzione e lo sviluppo nel campo della tecnologia di consumo (anche se forse potremmo estenderci al concetto di digital life). Più di recente, però, abbiamo potuto notare circostanze in cui si sia adattata al mercato piuttosto che anticiparlo. Mi viene in mente il caso di iPad mini, dell'iPhone 6 Plus o della recente Apple Pencil, tutte situazioni in cui Apple è arrivata "in ritardo", riuscendo comunque ad imporsi grazie al marketing ed agli standard qualitativi tipici del proprio brand (per Pencil, in realtà, non sappiamo ancora come andrà).

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Dal punto di vista del consumatore, siamo onesti, non dovrebbe davvero importare chi arriva primo o secondo, ma piuttosto quale prodotto o servizio risponde meglio alle proprie esigenze. Nel caso di Apple Music, ad esempio, sono moltissimi quelli che hanno espresso una preferenza per Spotify, pur essendo affezionati utenti della mela (io sono tra questi). E come negare che i servizi cloud di Google funzionano meglio di quelli di Apple? Oppure che ci sono tante caratteristiche dell'attuale iOS che sono chiaramente ispirate al suo acerrimo nemico Android? Andare ad esprimere un giudizio massimale in merito è inutile quanto controproducente, bisogna analizzare le varie situazioni caso per caso. Ma se la Apple di Cook si è dimostrata più incline ad assecondare il mercato di quella di Jobs (e non sempre, basti vedere il tanto criticato MacBook o il Mac Pro), una costante degli ultimi anni è quella che vede le aziende concorrenti ispirarsi a lei. È successo e succede così tante volte che è impossibile elencarle tutte, partendo dai tempi del Macintosh fino a quelli degli ultraportatili, smartphone e tablet. Ma non sono solo i suoi dispositivi ad essersi imposti come punti di riferimento, bensì anche la comunicazione, lo stile ed i servizi.

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Guardate i video di presentazione dei prodotti: tutte le aziende ormai, grandi e piccole, sfruttano lo "stile Apple"; prima quelli con il soggetto che parla su sfondo bianco ed ora quelli che mostrano i processi produttivi. E i siti web? Quanti sono quelli che scimmiottano le pagine realizzate dai web designer di Cupertino? Se poi Apple lancia Car Play arriva anche Android Auto. Presentano Apple Pay ed ecco subito gli annunci di Samsung Pay e Google Pay. Nasce Home Kit e segue a ruota Project Brillo. Sono tutti settori dove Cook e soci non sono arrivati per primi, ma che riescono a reinterpretare in una formula più convincente, che viene immediatamente fotocopiata dai competitor. La foga di rimanere indietro rispetto ad Apple è così evidente, che più di una volta sono stati sufficienti i rumor di un futuro prodotto o una caratteristica dello stesso, a far muovere "gli altri" per anticiparla. Pensate all'Apple Watch (recensione), che prima ancora di essere presentato ha fatto partire la gara allo smartwatch, oppure a funzionalità come il sensore di impronte digitali, che Samsung ha inserito (malamente) sul Galaxy S5 in base alle voci su iPhone 5s (anche se poi uscì prima quest'ultimo), oppure al recente caso del Huawei Mate S con "Force Touch", annunciato pochi giorni prima di iPhone 6s con una tecnologia analoga (anche questa ampiamente anticipata dai rumor e già vista su Apple Watch e MacBook). Sono solo alcuni esempi possibili di questo trend che vede Apple come influencer per tutto il settore della tecnologia, tanto per gli utenti quanto per le aziende.

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Fintanto che le regole del gioco saranno queste, quelli di Cupertino manterranno una posizione privilegiata sull'intero mercato. E non c'è ragione di pensare che le cose andranno diversamente per ora. Un nuovo report citato da AppleInsider, prevede infatti che i coreani di Samsung siano già a lavoro per clonare l'iPhone Upgrade Program (annunciato nel recente keynote di presentazione di iPhone 6s), e non possiamo dire di esserne stupiti. L'idea è banale ma piuttosto destabilizzante per il mercato attuale, che vede gli operatori telefonici come veicoli esclusivi degli smartphone forniti in abbonamento, a rate o con qualsivoglia canone mensile, perché questa volta è il produttore stesso a "trattare" con il cliente, negando ai provider quella posizione di forza che avevano guadagnato, proprio grazie Apple, con l'arrivo dell'iPhone e la sua formula di vendita esclusiva tramite AT&T. Al momento si partirà con i soli USA, ma se si il piano funzionasse e venisse esteso globalmente, anche le italiani TIM, Vodafone, 3 e Wind (ora insieme) potrebbero perdere un importante elemento di marketing, nonché una bella fetta di introiti (derivanti principalmente dai piani telefonici associati, visto che i telefoni li pagano salati anche loro).