Ogni cambiamento comporta una naturale dote di resistenza. Talvolta essa viene mantenuta in toto costringendo a un repentino cambio di direzione che può manifestarsi come ritorno al vecchio stile oppure un'altra nuova proposta che possa accontentare tutti; più spesso, però, la resistenza viene superata dalla maggioranza degli utenti, vuoi per semplice adeguamento vuoi per piacere effettivo a lungo andare (che, beninteso, potrebbe pur essere estensione della prima possibilità, gradendo le novità man mano che ci si abitua). Non si può negare che, nei tempi recenti di casa Apple, iOS 7 sia stato un elemento piuttosto polarizzante. Nato per volontà di Jonathan Ive di far dimenticare lo skeumorfismo promosso da Scott Forstall, il nuovo aspetto non è stato subito accettato, prendendosi buone dosi di critiche più o meno giustificate. Col tempo, a cui si sono aggiunti correttivi, l'ostilità è diventata acqua passata per molti e anche la grande rivale Google ha poi virato su stili più flat (discorso a parte merita Microsoft che, pur con poco successo, fu la prima ad avventurarsi su paradigmi meno consueti, forse ispirando almeno un poco le mosse delle altre due).

Ma l'accettazione da parte della maggioranza è cosa ben diversa da un'accettazione globale, di tutti. iOS, non solo quello targato Ive ma nella sua forma più in generale, continua ad avere la sua schiera di oppositori, anche tra coloro che nonostante tutto potrebbero rientrare tra gli adeguatisi di cui parlavamo prima, non trovando alternative migliori. Il loro piccolo ma strenuo movimento, se così possiamo definirlo, ha trovato due voci autorevoli ex-Apple a supporto: Bruce Tognazzini, il sessantaseiesimo dipendente in assoluto della storia dell'azienda, e Don Norman, che in quel di Cupertino gestì l'esperienza d'uso software tra il 1993 e il 1996, andandosene all'incirca in concomitanza col ritorno di Jobs.

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Su Fast Company non hanno risparmiato feroci critiche, asserendo come Apple stia di fatto distruggendo il buon design. Non è tanto l'interfaccia piatta a creare problemi, quanto le sue logiche di funzionamento, che violerebbero alcuni dei principi ritenuti fondamentali. La discoverability, che prevede tutti gli elementi previsti per quel contesto siano visibili e ben disponibili all'utente, col carattere San Francisco e il forte uso di gesti al posto di pulsanti a prevalere sul banco degli imputati. Il feedback, il modo in cui l'ambiente grafico comunica cosa andrà a compiere l'azione selezionata dall'utente e nel caso cosa ha compiuto, comportamento a detta dei due designer osservato da iOS in poche situazioni o acquisito solo dopo svariate versioni, come la tastiera virtuale nell'uso di sole maiuscole o minuscole. Il recupero, o recovery, ovvero la possibilità da parte dell'utente di rimediare agli errori compiuti oppure di tornare a un punto precedente; non faciliterebbero in tal senso la necessità di scuotere per annullare (quando il comando non è disponibile da tastiera) e l'appena accennata comparsa recente di un pulsante Indietro globale come su Android e Windows Phone. L'uniformità, consistency, che applica la stessa esperienza d'uso su dispositivi tra loro affini e che il sistema mobile Apple non premia ponendo differenze tra iPhone e iPad su gesti compiuti in modo uguale. Infine, l'incoraggiamento alla crescita, encouraging growth, che stimola all'utente a svolgere operazioni più complesse una volta comprese quelle base ma in questo caso non riesce granché in quanto la complessità è volutamente tenuta nascosta.

Apple starebbe sacrificando l'esperienza d'uso sull'altare della sola estetica e anche Google, in ottica competitiva, la seguirebbe a ruota peggiorando la situazione. Segnali di allarme che Tognazzini e Norman ritengono negativi per l'utente medesimo, a esclusivo beneficio dell'immagine delle due società. Un'analisi approfondita e interessante, che suggerisce effettivamente ambiti in cui iOS potrebbe giovare di miglioramenti. Tuttavia, pur essendo profano del design software, avverto anche un forte senso di soggettività, che guarda la cosa dal punto di vista tecnico più che da quello pratico. Se il primo dice che probabilmente Apple sta sbagliando, il secondo invece mostra che, per aver mantenuto negli anni la sua base d'utenza e portato anche la piattaforma rivale a modificarsi in parte per incontrare più gusti, così gravi questi errori non devono essere. Per certi versi mi ricordano altre discussioni a cui ho assistito non troppo tempo fa, inerenti la barra dei menu di OS X. Alcuni la vedevano come un errore, dovendo essere parte integrante delle singole app (come avviene su Windows) e non risultare una componente esterna; altri ne difendevano la comodità . Alla fine nessuna delle due fazioni, sostenitrice e oppositrice, ha prevalso, in quanto qualsiasi tecnicismo si era ridotto a opinioni personali. Lo stesso vedo avvenire qui, portando in sostanza a un riassunto piuttosto classico: ciò che non piace a me potrebbe invece piacere a te e viceversa. Perciò viva qualsiasi design che porti alla propria utenza più benefici che svantaggi, cosa che almeno per ora ritengo iOS continui a fare.