La privacy è uno degli aspetti su cui negli ultimi tempi Apple si è battuta molto, sia come ulteriore attenzione nei riguardi dell'utente sia come, vedendola dal lato un po' più cinico, differenziazione commerciale da Google che spesso invece è stata accusata di non farsi eccessivi scrupoli nell'uso dei dati personali (uno dei motti non ufficiali affiancati all'azienda di Mountain View recita infatti: «if you are not paying for it, you are the product»; se non stai pagando per un prodotto, sei tu ad esserlo). In tal senso da Cupertino si erano già espressi specificando la loro posizione in materia, senza risparmiare critiche per quanto indirette all'acerrima rivale. Come si suol dire però, le si dà e le si prende. I colpi non arrivano però da Google, bensì da uno dei suoi più recenti partner di peso: BlackBerry.

John Chen-blackberry-apple

In un articolo sul blog ufficiale della società canadese, il CEO John Chen espone la sua visione sulla questione della crittografia dei dati e dell'accesso da parte di governi e/o forze dell'ordine. Sulla privacy BlackBerry si è sempre ben distinta, con la forte fiducia della clientela, specialmente se tra loro vi sono nomi non da poco come Barack Obama e Angela Merkel. Secondo Chen, però, occorre implementare e utilizzare questa sicurezza in modo corretto, per il bene comune invece che per la sola immagine aziendale; in tal senso esprime senza mezzi termini che l'impegno per la protezione della privacy non deve estendersi pure ai criminali. Proprio in questo punto arriva l'attacco indiretto ad Apple, con un link a una notizia di Ars Technica di alcune settimane fa in cui era stata negata la rimozione del blocco sull'iPhone di un indagato mettendo in discussione una vecchia norma federale tuttora in vigore, cui ha fatto seguito il rammarico pubblico da parte del magistrato coinvolto nel caso. In simili situazioni, prosegue Chen, BlackBerry non si rifiuterebbe di offrire tutto il supporto tecnico necessario, anche qualora ciò comportasse forzare i suoi stessi prodotti, invitando le altre realtà del settore ad agire ugualmente. Ciò non comprometterebbe la sicurezza dei normali utenti, anzi essa aumenterebbe grazie all'applicazione della legge, né darebbe forza a richieste governative ingiustificate di accesso, com'è avvenuto in Pakistan dove BlackBerry ha deciso qualche settimana fa di interrompere tutti i suoi servizi proprio per non dover essere costretta ad adempiere.

Una posizione tutto sommato condivisibile, che si affianca a molte altre già espresse in America al fine di convincere Apple a non ricadere in "eccessi di privacy". Difficile che l'azienda le consideri, per quanto un dietrofront anche limitato sarebbe molto apprezzato nelle sale del potere, esso in pubblico risulterebbe un grave danno mediatico dopo aver difeso in modo vibrante il diritto alla riservatezza di ogni individuo. Nondimeno, però, il messaggio di BlackBerry potrebbe sortire effetti ugualmente negativi, suonando come un nuovo invito ai malintenzionati a scovare le eventuali falle ad-hoc per gli enti governativi nei suoi software, ancor più alla luce del graduale passaggio ad Android, che proprio negli ultimi mesi ha avuto diversi grattacapi sul versante sicurezza. Un circolo vizioso che, dunque, rischia come paradosso proprio quello di non contribuire al bene comune. Alla fin della fiera, forse su tali argomenti la migliore constatazione possibile rimane sempre una sola: se si vuole davvero la privacy, il modo per ottenerla è scollegarsi da Internet.