Non si placano le polemiche sulla spinosa questione che vede contrapposti Apple e l'FBI, nell'ambito di uno scontro più generale in cui si fronteggiano i sostenitori del diritto alla privacy degli utenti in ogni caso e coloro che invece sono concordi a porvi un limite in caso di gravi atti criminali. Nel corso di questi ultimi giorni sono seguiti vari botta e risposta, coi vari colossi tecnologici, a partire dalla rivale di sempre Google, che si sono schierati con l'azienda di Cupertino, dato che la sconfitta di una porterebbe conseguenze a catena per l'intero settore. Sconfitta che purtroppo per Apple non appare affatto un'ipotesi remota, considerate le ultime novità pubblicate da CNBC.

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Il Dipartimento di Giustizia americano, nella sua forma abbreviata DoJ, ha presentato un'ingiunzione al fine di ottenere in modo coatto la collaborazione di Apple nel caso. Nei confronti della società guidata da Tim Cook, le parole sono tutt'altro che tenere: come specificato sul New York Times, il DoJ considera la scelta pubblica fatta un mero atto di marketing, al fine di proteggere un modello commerciale che prevede molta enfasi sulla riservatezza dei contenuti personali, cosa che peraltro qui potrebbe non risultare valida dato che si tratta del dispositivo di una persona morta (l'autore della strage di San Bernardino) e dunque vengono meno anche i diritti costituzionali statunitensi. Viene inoltre reiterato che la richiesta concerne il singolo iPhone oggetto delle indagini, controbattendo dunque allo scenario descritto da Apple di una backdoor globale, da inserire in tutti i prodotti con iOS. In quanto azienda operante sul suolo statunitense, sempre secondo l'ingiunzione, è tenuta a rispettare i doveri previsti dalle leggi, inclusa la cooperazione con le autorità se necessaria. Infine, è sottolineato come in passato per simili situazioni non sono occorse opposizioni da parte di Apple nell'ottemperare alle richieste.

Una settimana intensa si prospetta per i legali in quel di One Infinite Loop, dato che la risposta ufficiale dovrà pervenire entro e non oltre il prossimo venerdì 26 febbraio. L'avversario che sta affrontando è molto più potente da affrontare in tribunale di Samsung o Google, e pertanto la concessione potrebbe essere tra le opzioni oggetto di riflessione. Al di là delle questioni più squisitamente morali per cui non riteniamo questa sia la sede idonea, qualsiasi fosse la decisione finale presa vi sarebbero potenziali conseguenze sul marketing: se continuasse a non collaborare, terrebbe fede alla sua condotta ma potrebbero apparire a parte dell'opinione pubblica come un'azienda che indirettamente tutela i criminali e inoltre i futuri contratti di fornitura di dispositivi ad enti governativi rischierebbero ripercussioni; se collaborasse, diminuirebbe la fiducia futura su ogni dichiarazione relativa alla privacy prestando il fianco ad offensive commerciali della concorrenza battendo sul tasto. Starà ad Apple capire quale possa essere il male minore da sopportare.

Volendo, c'è una terza via, anche se non troppo seria, costituita dalla proposta di John McAfee (sì, l'autore originario del celebre antivirus). Si è offerto di effettuare l'operazione di sblocco al posto di Apple, con tre settimane massime di tempo a disposizione. Qualora non riuscisse in tale periodo, McAfee degusterebbe una scarpa in diretta televisiva. Difficilmente entrambe le parti coinvolte considereranno l'invito, ma quantomeno strappa un piccolo sorriso in una vicenda che per il resto di divertente ha davvero ben poco.