La vicenda del rifiuto di Apple a collaborare con l'FBI in nome della tutela della privacy dei propri utenti, si evolve ogni giorno sempre di più. Microsoft ha recentemente deposto al Congresso tramite il suo avvocato per sostenere la tesi di Apple, il cui procuratore, invece, esporrà la posizione societaria nella giornata di oggi. Il discorso di apertura è già stato depositato e The Verge lo ha pubblicato per intero. Sewell, da bravo avvocato, si complimenta innanzitutto con l'FBI per aver svolto egregiamente sino ad oggi le indagini sulla strage di San Bernardino, sostenendo però che Apple non può fornire agli inquirenti qualcosa che non ha, ossia una versione di iOS creata ad hoc per per estrarre le informazioni necessarie al prosieguo delle indagini dall'iPhone del terrorista morto in seguito all'intervento delle forze dell'ordine. Ciò che spaventa la società non è la possibilità che il sistema operativo con backdoor possa essere usato nel caso di specie, ma che possa essere installato ed utilizzato anche per altri dispositivi, così come, peraltro, esternato dal procuratore distrettuale di Manhattan Vance, che vorrebbe utilizzarlo su altri 175 telefoni e che sarà ascoltato dal Congresso assieme a Sewell.

1203811_1280x720

Dunque, la tutela della privacy dei cittadini potrebbe venir meno non solo in casi riguardanti la sicurezza nazionale, ma anche in altri riguardanti reati di minore gravità. Inoltre, continua Sewell, ciò che l'FBI chiede ad Apple è di abbassare gli standard di sicurezza, tanto da poter permettere anche a malintenzionati di accedervi e, quindi, di tenere traccia di dati importanti e sensibili quali quelli sulle transazioni effettuate o sullo stato di salute. La crittografia, quindi, è necessaria per lo sviluppo della tecnologia e per al tutela dei dati personali. Dunque, il vero punto della questione è se nel delicato bilanciamento fra diritto alla privacy e sicurezza, l'FBI possa chiedere ad una società privata di sviluppare un software capace di scardinare le protezioni da lei stessa previste e, per l'effetto, consegnare in mano agli inquirenti i dati personali dei cittadini, peraltro, sulla base di una legge di circa 220 anni fa, quando, ovviamente, uno scenario tale non poteva di certo essere previsto.

Ad ogni modo, proprio ieri, un giudice della Corte di New York competente per un'indagine sullo spaccio di droga, ha ritenuto di non chiedere ad Apple di intervenire sull'iPhone dell'imputato, poiché la tutela della privacy è prevista quale principio fondamentale dalla Carta degli Stati Uniti d'America e, pertanto, non può essere violata da un ordine basato su una legge ordinaria quale l'All Writs Act.

Molti in questi giorni si sono chiesti come sarebbe stata gestita una vicenda simile in Italia. Premesso che il nostro sistema giudiziario è totalmente diverso da quello americano (in cui il cosiddetto "precedente" è vincolante), il Tribunale di Milano, nel caso conosciuto alle cronache come la "coppia dell'acido", ha ordinato al proprio consulente d'ufficio di consegnare l'iPhone 5 dell'indagato alla società tedesca Cellbrite, specializzata nello sviluppo di software per le indagini forensi per le Autorità nazionali, in modo che potesse estrarne i dati, visto che l'imputato ha sempre dichiarato di aver dimenticato il codice di sblocco. La società, a fronte del pagamento di 1.500 €, ha estratto ben 9 giga di dati, fra cui foto, messaggi email e screenshot che incastrano i due imputati.

La soluzione percorsa dall'Autorità giudiziaria italiana è stata quella che, si spera, possa essere percorsa anche in USA: la tutela della privacy va sacrificata solo ed esclusivamente per le indagini in corso, senza che i produttori di smartphone o di altri dispositivi elettronici debbano fornire agli inquirenti (e, si badi bene, non ai giudici) versioni dei propri sistemi operativi opportunamente modificate per l'accesso ai dati ivi conservati, onde evitare possibili abusi.