Similmente a Maurizio, anch’io ho iniziato ad apprezzare davvero Android quando ho potuto provarlo in una forma vicina a quella stock. I quasi due anni passati con il Samsung Galaxy S II mi hanno profondamente deluso a causa della pesantissima interfaccia TouchWiz e delle politiche di aggiornamenti del colosso coreano. La prima è stata leggermente migliorata nelle ultime versioni, ma il secondo rimane un punto critico tutt’oggi. Così a marzo del 2014 ho deciso di passare al Motorola Moto G di prima generazione, convinto sia da un’esperienza quasi da Nexus sia dall’input diretto nello sviluppo da parte di Google. Nonostante il cambio di fascia, da un ex flagship a un prodotto medio, non sono rimasto deluso: Android per la prima volta non si faceva solo sopportare, ma anche apprezzare. Più con KitKat che con Lollipop, se devo essere onesto, ma questo è un parere condiviso da molti, inclusi i più accesi sostenitori del robottino verde. Nel complesso, però, ho apprezzato l’esperienza d’uso offerta dal Moto G praticamente sino alla successiva “fine del rapporto”. Le successive scelte operate dalla nuova proprietà di Lenovo, con aggiornamenti meno rapidi e quella che ritengo un’ingenerosa fine di supporto al terminale che aveva significato il ritorno al successo per Motorola, mi avevano a fine 2015 allontanato tanto dal marchio alato, ma pure dallo stesso Android; chi mi segue su Twitter si ricorderà qualche sbuffata in merito. Ebbene, se non ho fatto il passaggio a Lumia (tutto sommato fortunatamente, visto lo stato di Windows 10 Mobile) è merito anche e soprattutto di Maurizio, che mi convinse a cercare nuovi stimoli all’interno del mondo Android. Prima il Meizu M2, di cui sono rimasto convinto solo a metà, poi l‘Honor 7, che si è rivelato di ben maggior gradimento. Ciononostante, nell’usarlo qualcosa mi mancava: Android come mamma Google lo intendeva. La EMUI è un’interfaccia ricca, fin troppo, stravolge il sistema. Anche il tentativo di Nexus-izzarlo usando solo le app Google (in primis Avvio Applicazioni Now) non ha sortito grande effetto; continuava ad affiorare sempre la EMUI, solo un po’ più smorzata. Tornare al Moto G, che ancora avevo? Quasi impossibile, perché mi ero ormai abituato a caratteristiche come il 4G e lo sblocco tramite impronta digitale. O rivendevo l’Honor o sopportavo la convivenza con la EMUI, anche perché non ho trovato ROM alternative su XDA e difficilmente ci saranno mai.

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Quando è sorta la possibilità di provare il Nexus 5X non ci ho pensato due volte. Aveva il 4G, il sensore d’impronte… e Android stock! Coi Nexus è stato un incontro più volte rimandato: la prima volta che avevo la possibilità di accaparrarmene uno (2012) non vedevo l’ora di provare un Galaxy; la seconda volta (2014) non mi andava di spendere tanto e il Moto G costituiva una buona via di mezzo; la terza volta, infine, trovavo i prezzi di lancio eccessivi (2015) nonché una disparità troppo evidente tra i due modelli presentati. Il Nexus 5X sviluppato da LG appare il fratellastro minore del 6P di provenienza Huawei, un po’ lasciato in secondo piano per non rubare la scena a quest’ultimo. Ero curioso di provarlo anche per togliermi questa impressione di ciambella senza buco. Vediamo come se l’è cavata.

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Caratteristiche principali

Si tratta del vero successore del Nexus 5, anch’esso sviluppato in collaborazione con LG. Dalla sua uscita nel 2013, riscosse grande successo per l’hardware proposto a un prezzo da regalo; una positività generale che trovò riscontri anche nella nostra recensione di allora. Tornando al 5X, lo schermo è un IPS da 5,2" con risoluzione Full HD. Per quanto riguarda il System-on-a-Chip, disponiamo di un Qualcomm Snapdragon 808 exa-core, suddiviso in due nuclei ARM Cortex-A57 con frequenza di 1,82 GHz e altri 4 Cortex-A53 da 1,44 GHz. Il chip grafico integrato è l’Adreno 418, la memoria RAM è di 2 GB, mentre quella di archiviazione ammonta a 16 o 32 GB a seconda della variante scelta (la nostra è da 32). La fotocamera principale è, a livello hardware, praticamente la stessa del Nexus 6P: sensore da 12 Megapixel, apertura f/2 e registrazione video 4K. Quella anteriore è invece da 5 Megapixel. La connettività è completa prevedendo 4G LTE, Wi-Fi 802.11ac dual band, Bluetooth 4.2 e NFC. Non mancano A-GPS e i soliti sensori (accelerometro, giroscopio, ecc..) che siamo soliti trovare negli smartphone; menzione particolare naturalmente per quello delle impronte digitali. L’altoparlante vivavoce, contrariamente al modello Huawei, qui è monofonico. In comune si ritrova invece l’uso del connettore USB-C. Discutibile la vibrazione, che sembra in certi frangenti un videogioco anni ’80 e in altri uno spazzolino elettrico, quasi sgradevole. Nemmeno gli ultimi aggiornamenti software hanno migliorato granché, facendo dunque propendere per un motore di bassa qualità.

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La confezione di vendita prevede lo stretto necessario: telefono, caricabatterie con cavo staccabile, graffetta per lo slot nano-SIM, piccoli manuali e un voucher per 60 giorni di Google Play Music. Null’altro. Non per forza è un male: si pensi agli auricolari inclusi nelle scatole di quasi tutti i dispositivi. Finiamo per accumularne svariate paia a far polvere, specialmente se usiamo un modello di terze parti di migliore qualità (io mi alterno tra AKG e Bose), pertanto, salvo eventuale prova rapida, nemmeno mi preoccupo di usare quelli inclusi. Tuttavia, una sensazione di poco sforzo c’è, se la si compara alla cura che ci mettono altri produttori. Viene in mente Huawei, ad esempio, che di serie applica una pellicola sul display. Ma anche in prospettiva di comparazione col 6P, che prevede un elemento in più: un cavo da USB-C a USB-A, ovvero la porta standard che siamo abituati a usare su computer e altri alimentatori. Il cavo incluso col 5X è da entrambi i lati con connettore USB-C. Risultato? Non si può collegare in via cablata a quasi nessun computer (necessario per chi ama sperimentare con altre ROM e non dispone di uno dei nuovi MacBook o di un Chromebook Pixel), né utilizzare batterie esterne tradizionali che prevedono una porta micro-USB o USB standard, a meno di non acquistare un adattatore o un cavo da USB-C a USB-A. Quello in confezione va bene sostanzialmente solo per il collegamento al caricabatterie cui è abbinato.

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Design ed ergonomia

Sarebbe bello avere in questa parte termini entusiastici come li ebbe Maurizio nella recensione del Nexus 6P, ma purtroppo sembra di essere in tutt’altra categoria di mercato. La scocca posteriore è infatti in policarbonato, nel complesso robusta e di qualità, ma che non dà veramente la sensazione di trovarsi davanti a un prodotto di fascia alta come invece è un Nexus. Parliamo di un telefono che al lancio costava 529€ (ricordiamo che in prova è la variante da 32 GB). Mica bruscolini, come diceva Bruce Willis in una recente pubblicità televisiva. Se non fosse sensibilmente calato di prezzo, avremmo parlato di una scelta progettuale al limite dell’accettabile. Oggi che è invece proposto con un listino più consono, l’assenza del metallo si può digerire maggiormente, pur ricordandoci come altri brand, inclusa la coppia Huawei/Honor, diano maggior cura anche in fasce minori. Un fattore più positivo è l’aspetto, molto meno polarizzante di quello del 6P: la fotocamera è leggermente in rilievo, ma comunque nella scocca piuttosto che in una striscia separata. Meno audace ma anche più rassicurante in fase d’acquisto, almeno nel mio caso.

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L’ergonomia è buona, non risulta scivoloso e si può utilizzare quasi sempre con una sola mano in tutta tranquillità. La costruzione di minor pregio, inoltre, dà più sicurezza nell’uso, preoccupandosi poco dei graffi. Di fatto si può dire che ci si trova davanti a giudizi opposti a quelli del Nexus 6P, promosso per la qualità dei materiali ma bocciato per l’ergonomia. Davanti si può vedere meglio il mezzo family feeling col modello più grande, dato che la disposizione dei componenti è simile. Sopra e sotto allo schermo, protetto da Corning Gorilla Glass 3 (4 per il 6P, una differenza evitabile ma non tragica), troviamo rispettivamente la capsula auricolare per le chiamate e l’altoparlante principale, che comprende pure il LED di notifica (disattivato di default). Lo spazio disponibile poteva essere sfruttato un po’ meglio, quantomeno limando alcuni mm in lunghezza. Ma sono dettagli che sinceramente mi indispettiscono meno rispetto alla scocca plasticosa.

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Al lato sinistro troviamo solo lo slot per la nano-SIM, che almeno ai primi tentativi si lascia un po’ pregare per fuoriuscire, complice la graffetta relativamente corta, ma la pazienza ricompensa. Sulla destra, invece, abbiamo il pulsante di accensione/blocco e il bilanciere del volume; non posso definirmi un fan della posizione, quasi centrale, il che significa dover prestare attenzione ad ogni foto di non ritrovarsi con lo schermo spento invece che scattare col pulsante per alzare il volume. Ci si deve adeguare.

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Proprio come il Nexus 6P, anche qui sul retro troviamo il sensore delle impronte digitali, commercialmente conosciuto anche come Nexus Imprint. Il comportamento è ottimo, riconoscendo quasi sempre il dito (o le dita) impostate; in due settimane d’uso, solo una volta non ha convalidato l’impronta, rifacendosi comunque subito al secondo tentativo. In senso opposto a Maurizio, io preferisco avere il sensore dietro, lasciando la parte anteriore pulita, anche perché a metterla lì Google si scontrerebbe con una sua scelta concettuale: i tre tasti di navigazione software. Porre il sensore d’impronte davanti avrebbe senso abbinandogli anche la funzionalità di pulsante home, come fanno Apple e Samsung in primis. Già che ne si toglie uno dallo schermo, tanto varrebbe far ritornare fisici pure i tasti Indietro e Task Switcher evitando un curioso ibrido. Per me che adoro questo minimalismo di pulsanti fisici, sarebbe una regressione, ed è probabile la pensino così pure a Mountain View. Certo, non che col sensore posteriore tutto sia rose e fiori: non è accessibile usandolo in piano da scrivania, costringendo a sollevare temporaneamente il dispositivo oppure ricorrere alla classica password; dentro le tasche, anche il semplice camminare viene di tanto in tanto percepito come un tentativo di sblocco, col risultato che estraendolo si viene accolti dal messaggio di troppi tentativi errati effettuati e la necessità di usare la password per sbloccare lo schermo. Volendo abbiamo anche altre opzioni di accesso a nostra disposizione, come il riconoscimento vocale e la funzionalità SmartLock, che autorizza allo sblocco un dispositivo Bluetooth nelle vicinanze (ma col rischio di lasciare il telefono alla mercé di chiunque se ci allontaniamo senza di esso, ad esempio per i pit stop brevi in bagno…).

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Da segnalare, infine, sul bordo superiore il secondo microfono per la cancellazione del rumore ambientale e su quello inferiore la porta USB-C, il microfono principale e il jack cuffie. Una scelta simile a quella degli iPhone, da ritenersi felice anche per me che sono stato abituato a dispositivi quasi sempre col jack in alto, in quanto gli elementi a schermo per il cambio brano o l’interruzione sono già nella posizione corretta e non bisogna girare il terminale. Alla fine si tratta comunque di questioni di abitudine nonché di preferenze soggettive.

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Display

Un IPS contro un buon AMOLED, come quello del 6P, ne esce sconfitto. I colori sono abbastanza ben riprodotti, ma non ai livelli del modello maggiore, come già anticipato nella sua recensione, e coi neri la differenza è ampia. Un altro aspetto è la visione all’aperto, in cui figura discretamente, ma quando arriva la luce diretta del sole le cose si complicano. Visto dai lati, il colore varia ma non in modo eccessivo; superfluo dire che pure qui gli AMOLED prevalgono. In sostanza possiamo dire che è un pannello senza infamia né lode, che a 529€ era difficile promuovere oltre la sufficienza ma ai prezzi attuali diventa più in linea coi concorrenti diretti. Assenti fino a poco fa opzioni per la taratura del colore, che sono state finalmente incluse in un recente aggiornamento, seppur in un’area nascosta delle impostazioni.

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Ritroviamo anche qui la funzionalità Display Ambient, che mostra con testi e icone monocromatiche su sfondo nero le ultime notifiche arrivate, così come data e ora correnti. Nel mio caso non è una novità in senso assoluto, avendola già provata sul Moto G, pertanto non posso che esserne positivo pure in questo caso. Si ricade però ancora nel peccato originale sopra discusso, ovvero l’uso di IPS, che riduce gli effettivi benefici sulla batteria riscontrati invece con Display Ambient su AMOLED. Inoltre, è assente un’altra cosa che ho imparato ad apprezzare su Meizu e Honor, ovvero il doppio tocco per riaccendere lo schermo. Certo, basta muovere un po’ il dispositivo ed ottengo un simile effetto, tuttavia fare “toc toc” era diventata un’abitudine piacevole nonché rapida. (EDIT: molto tardivamente, ho scoperto che la funzionalità di doppio tocco c'è. Semplicemente, non è molto sensibile, occorre effettuare i tap in modo abbastanza deciso oppure con le nocche. Mi scuso dell'imprecisione precedente.) Non si tratta di una questione hardware, dato che con kernel alternativi a quello stock si può abilitare: qui è Google ad aver inutilmente tenuto il braccino corto.

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Multimedia

Non ci troviamo al cospetto degli altoparlanti stereo del Nexus 6P, dunque per il 5X dobbiamo considerarne prevalentemente un uso voce. Detto questo, la resa è buona, anche a volumi alti, sufficientemente nitida. La capsula auricolare non si fa notare per potenza: l’interlocutore ci sente in modo chiaro, per carità, tuttavia si desidererebbe qualcosa in più, proprio come per il fratello maggiore. Soddisfa la riproduzione audio tramite auricolari. Buona anche la resa dei due microfoni a disposizione, con un altro punto in comune col 6P: sporadicamente la funzione “OK Google” si attiva anche se non siamo noi a dirla e per giunta nemmeno pronunciandola in modo completo, può bastare pure OK per mettere la ricerca in stato d’ascolto. Non credo a problemi hardware, più ad una ipersensibilità lato software, dato che ho riscontrato simili effetti pure su Honor 7.

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La fotocamera principale è di base la medesima del 6P: sensore 1/2,3" da 12,3 Megapixel, apertura f/2, autofocus laser e flash a doppia tonalità. Prima di passare ad esaminare i risultati ottenuti, parliamo un attimo dell’app Fotocamera sviluppata da Google. Ad essere sinceri, rimane la più deludente di quelle sinora utilizzate, forse solo quella di Motorola si avvicina per pochezza, ma presenta comunque qualche opzione in più. Nella visuale principale possiamo solo decidere il punto di messa a fuoco, effettuare uno scatto con timer, attivare, disattivare o mettere in modalità automatica HDR e flash. Premendo sull’icona con tre righe orizzontali a sinistra, possiamo scegliere di effettuare foto panoramiche o a 360° con Photo Sphere, sfocatura obiettivo ed entrare nelle impostazioni. Scarne anch’esse: risoluzione massima per foto e video, fine. Se si vogliono filtri o controlli manuali occorre rivolgersi ad app di terze parti.

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Veniamo dunque alle foto. Non posso che esserne contento: sin dalla visione sullo schermo del dispositivo ho constatato la buona riuscita, ma ne ho avuto la prova finale solo passandole al computer. I colori sono ben riprodotti, senza grandi eccedenze nelle tonalità fredde o calde. La quantità di dettagli è notevole, con precisione anche negli elementi più piccoli. Nemmeno la bassa luce lo preoccupa più di tanto, con un livello di rumore accettabile. Quanto diceva Google in fase di presentazione non era mero marketing: le foto vengono davvero bene, anche quando a scattarle vi è uno come il sottoscritto che in materia non può certo vantare la stessa esperienza di Maurizio e altre penne qui su SaggiaMente. Breve menzione infine per il sensore anteriore da 5 Megapixel, che fa il suo dovere per gli autoscatti da social.

I video vengono realizzati con risoluzione massima 4K, con possibilità di scendere tramite le impostazioni a 1080p o inferiori. Chi dispone della variante da 16 GB forse può essere interessato a farlo, visto che bastano pochi minuti di registrazione per vedersi mangiare lo spazio libero e non c’è uno slot per microSD ad evitare l’inevitabile. Con quella da 32 GB c’è un po’ più di agio, invece. Assente qualsiasi forma di stabilizzazione, ottica o digitale. La prima era presente nel Nexus 5, ma essendo un componente fisico se non c’è non c’è e dunque recriminare troppo non serve; non implementare nemmeno la seconda, che può essere sbrigata dal software, è un’altra dimostrazione di braccino corto da parte di Google. Lo Snapdragon 808 può tranquillamente permettersi la stabilizzazione elettronica e sembra solo un voler infierire sul ruolo descritto nei paragrafi iniziali di fratellastro in ombra. La resa finale è ovvia: filmati in cui se non si dispone di mani molto ferme, come nel mio caso, il tremolio fa da padrone. Peccato, perché di per sé colori e dettagli sono anche qui buoni.

Prestazioni

Questa sezione è da suddividere necessariamente in due parti: la prima prevede il sistema operativo preinstallato, cioè Android Marshmallow 6.0.1. Nei benchmark, è chiaro come lo Snapdragon 808 paghi la minor potenza di calcolo a sua disposizione rispetto all’810, specialmente in multi-core. Al di là dei numeri, però, l’esperienza d’uso è fluida e godibile, con qualche lag solo mettendolo davvero sotto pressione (c’è da considerare pure il GB di RAM in meno rispetto al 6P). Il riscaldamento in tali condizioni non è eccessivo, anche se mi attendevo comunque qualcosa in meno visto che non parliamo del più problematico 810. Anche nei giochi l’Adreno 418 si comporta bene, consentendo di mantenere i dettagli grafici attivi senza impatti considerevoli. Una considerazione va però fatta nell’uso prolungato: durante la giornata, il Nexus tendeva a un peggioramento delle prestazioni, poco avvertibile nell’uso normale ma se mettiamo sul piatto attività più intense le cose cambiano. Per fortuna, Google sembra aver risolto finalmente il problema con l’aggiornamento software di marzo: molti di coloro che l’hanno applicato sono soddisfatti, con un utente che l’ha definito addirittura la cosa più vicina a un iPhone 6s che abbia utilizzato negli ultimi tempi.

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Benchmark con Android Marshmallow

Non ho testato però questo aggiornamento in quanto è subentrata la Preview di Android N e mi è sembrata un’occasione troppo ghiotta per non fare quantomeno un’analisi preliminare, che preciso non ha avuto influenza sul voto finale. In questi primi giorni, la situazione riscontrata è sostanzialmente la stessa di Marshmallow: un’esperienza d’uso fluida, ma con margini di miglioramento nel lungo termine. Nei benchmark non si riscontrano grandi variazioni (AnTuTu qualcosa in più, Geekbench qualcosa in meno, ma è nella normalità di questi test non restituire mai risultati costanti).

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Benchmark con Preview di Android N

La ricezione da rete cellulare è solida, anche col 4G. I cambi di cella sono molto rapidi, non facendoci pressoché mai ritrovare senza connettività. Riguardo al Wi-Fi, invece, sono un po’ meno positivo. Non tanto in ricezione e download, che sono buone, quanto in upload, che dà talvolta risultati bassi negli SpeedTest (basta confrontare il risultato nell’immagine sottostante a sinistra e quello dell’analogo test fatto dal mio Mac pochi minuti dopo, stessa distanza dal modem) e addirittura arriva a non riuscire davvero a caricare alcun file. Una ricerca in rete mi ha reso chiaro che si tratta di un problema piuttosto comune tra i Nexus 5X, troppo per pensare sia un difetto hardware. L’aggiornamento di marzo aveva anche il Wi-Fi tra le aree d’intervento (nella prima Preview di N, invece, non sono occorsi miglioramenti, anzi qualche regressione, da considerarsi però fisiologica in rilasci preliminari), pertanto confidiamo in prestazioni più affidabili in futuro. Ottimi invece Bluetooth e GPS, sempre efficienti, specialmente il secondo che aggancia quasi all’istante.

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Il Wi-Fi (a sinistra) non dà sempre il meglio

Software

Il vantaggio principale della gamma Nexus è quello di avere Android “nudo e crudo”, come Google lo intende. Ci troviamo davanti a Marshmallow, versione 6.0.1, che rispetto al predecessore Lollipop ha messo da parte gli stravolgimenti estetici per lavorare un po’ più dietro le quinte. In questo senso, si può dire che Marshmallow sta a Lollipop quanto iOS 8 è stato a iOS 7: le seconde hanno rappresentato versioni di grandi cambiamenti, grafici e strutturali; alle prime è toccato il compito di maturarli e al tempo stesso ampliarli. Marshmallow è stata anche l’occasione per implementare nativamente in Android funzionalità finora appannaggio dei singoli OEM, tra cui Huawei e Samsung, come i sensori di impronte digitali, permettendone così l’inclusione nei Nexus. Oltre alle funzionalità Google Now Ovunque, che consente la ricerca di contenuti in base a quanto attualmente aperto a schermo, sono degni di nota il nuovo sistema dei permessi, che ora interviene solo alla prima richiesta da parte di un’app dell’accesso a una specifica caratteristica, e il nuovo launcher con scorrimento in verticale, utilizzabile anche ruotando in orizzontale.

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A sinistra Google Now Ovunque, a destra la nuova richiesta per i permessi all'avvio

L’ha già fatto notare Maurizio nella recensione del 6P e lo faccio notare anche qui: il “Sintetizzatore interfaccia utente” è uno degli aspetti più nascosti e più utili di Marshmallow, consentendo di personalizzare la barra di stato, il pannello delle impostazioni rapide e altro ancora. Poi c’è Doze, che agisce migliorando l’efficienza energetica di sistema e applicazioni, con risultati benefici sulla batteria. Molto comode le funzionalità aggiunte per il backup, che in caso di cambio dispositivo oppure di reset ci permettono di ripristinare tutti i contenuti anche per le app e non solo per il sistema. Tante piccole grandi migliorie, alzando ulteriormente l’asticella della sfida con iOS, che, va detto, risponde colpo su colpo.

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Sul Nexus 5X, come già discusso nella sezione relativa alle prestazioni, è possibile provare in anteprima la prossima versione di Android: N. Se prima ho espresso le prime considerazioni sull’esperienza d’uso, qui mi concentrerò sulle migliorie più rilevanti. Alcune le abbiamo viste negli annunci principali, altre le abbiamo anche approfondite tramite i nostri Spoiler: se devo scegliere le mie preferite, sono senza ombra di dubbio le risposte rapide dalla notifica e il potenziamento del gestore file integrato. Degna di nota è anche l’aggiunta della modalità notte (stile Night Shift di iOS 9.3) nel “Sintetizzatore interfaccia utente”, con la speranza che faccia il salto nella sezione principale Display piuttosto che rimanere seminascosta come ora. Infine, una chicca interessante è relativa alla gestione dei DPI, che permette di sfruttare più efficientemente lo spazio a disposizione su schermo in base alle proprie esigenze.

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Batteria

Per il comparto energetico, troviamo una batteria non rimovibile da 2.700 mAh. Il caricabatterie in dotazione è ben dimensionato e permette la ricarica rapida, che mantiene le promesse di dare al dispositivo varie ore di autonomia con pochi minuti alla presa elettrica. Non si tratta tuttavia della ricarica rapida tipica di Qualcomm, che qui nonostante il SoC non risulta supportata (nemmeno nel 6P lo è); si tratta di un dono della USB-C, che offre nativamente una funzione analoga. Come si suol dire, quel che conta alla fine è il risultato, positivo in questo caso. Inspiegabile l’assenza della ricarica senza fili, dato che non si trovano né scuse di materiali né di gioventù (ce l’aveva il Nexus 5, infatti). Si sopravvive senza, ma delude sapere che un dispositivo del presente ha qualcosa in meno del passato. È poco di consolazione che Google venda la carenza col fatto che dispone della comoda USB-C reversibile e ha permesso di fare smartphone più sottili.

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Passando all’autonomia, si può arrivare tranquillamente a fine giornata lavorativa. Senza scomodare funzionalità energivore come foto e video, un uso anche relativamente sostenuto con telefonate e connettività dati non crea eccessivi problemi alla batteria (solo andandoci pesante arriva quasi KO a sera, come visibile in uno screenshot più sopra). Il già citato Doze, pensa inoltre a contenere un po’ i “bollenti spiriti” di qualche app poco parsimoniosa. In standby il comportamento è egregio, come ci si aspetta, preservando il più possibile l’autonomia per i momenti in cui serve. Non parliamo di un campione, perché comunque si arriva a filo con gli avvisi di batteria quasi scarica, ma rimane certamente un onesto performer.

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Conclusione

Del Nexus 5X si può dire bene e si può dire male allo stesso tempo. Il pacchetto specifiche è ben combinato, la fotocamera produce solidi risultati e il sensore d’impronte digitali si comporta alla grande. L’esperienza d’uso, a parte bug sia di gioventù sia relativi anche a N (se lo si sta provando, come nel mio caso), è un trattamento benessere grazie ad Android stock. Dall’altro lato, però, c’è la sensazione che Google ed LG non si siano impegnate a fondo. A partire dai materiali, la cui differenza è troppo netta rispetto al modello Huawei. Si aggiungono il GB in meno di RAM, il display IPS e non AMOLED, l’assenza arbitraria della stabilizzazione digitale, il cavo da USB-C a USB-A non incluso. E poi le carenze rispetto al Nexus 5, ossia la stabilizzazione ottica e la ricarica wireless. Almeno queste ultime le si potevano evitare (mal comune mezzo gaudio, non le ha neppure il 6P). A completare il quadro, la pessima vibrazione. Insomma, se il Nexus 5X fosse una ciambella sarebbe una di quelle col buco, peccato che la forma non sia proprio perfetta. È un telefono che avrebbe potuto ambire a 4 stelle e mezzo, ma non riesce ad andare oltre le 4. E lo dico con dispiacere, perché gliele avrei volute dare, ma lo preferisco comunque all’Honor 7, che invece a quota 4,5 ci è arrivato davvero. Una volta che si entra nel mondo Nexus è difficile uscirne, tuttavia non potevo guardarla solo in modo soggettivo. Riguardo i prezzi, come abbiamo già anticipato nel corso della recensione, sono drasticamente calati. Sul Google Store è partito da 529€, prezzo decisamente eccessivo, mentre oggi è scontato a 429€. Il listino è ancora troppo oneroso, ma inizia a trovarsi intorno ai 300, in alcuni casi anche al di sotto, cifra decisamente più ragionevole e alla quale lo consiglio senza remore.

PRO
+ Specifiche tecniche da fascia alta, nel complesso equilibrate
+ Buona ergonomia
+ Sensore d’impronte digitali preciso
+ Connessione USB-C
+ Audio pulito
+ Fotocamera dai grandi risultati
+ Esperienza d’uso fluida
+ 4G, Bluetooth e GPS molto validi
+ Android stock, garanzia di qualità e aggiornamenti rapidi
+ Batteria adeguata alla giornata lavorativa
+ Ottimo rapporto qualità/prezzo

CONTRO
- Confezione molto all’osso
- Materiali non all’altezza delle aspettative
- App Fotocamera inferiore alle omologhe su altri dispositivi o di terze parti
- Assenza di stabilizzazione, ottica e digitale, che si riflette sui video
- Un GB in più di RAM ci sarebbe stato
- Niente microSD
- Wi-Fi con saltuarie sofferenze in upload, ma c’è già un update migliorativo
- Niente ricarica wireless
- Vibrazione da dimenticare

DA CONSIDERARE
| Android N è già garantito, e lo stesso vale per O il prossimo anno
| Il cavo in dotazione è USB-C da ambo i lati, meglio munirsi di un adattatore