Nonostante l'FBI abbia ottenuto l'accesso all'iPhone 5c dell'attentatore di San Bernardino e abbia deciso di abbandonare il giudizio contro Apple, la vicenda continua ad avere i suoi strascichi. Infatti, la società israeliana Cellebrite (di proprietà per il 100% della divisione giapponese di Sun Corporation) ha sino ad oggi negato il suo apporto alle indagini dell'agenzia federale americana, ma spuntano nuovi elementi che confermerebbero il contrario.

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Innanzitutto, giova ricordare che giovedì scorso Bloomberg aveva rivelato la notizia, corroborata il giorno successivo da un report di CNN Money che, citando sue proprie fonti interne, ha puntualizzato era stata creata a Seattle una task force dei migliori ingegneri di Cellebrite, coadiuvati da un hacker particolarmente talentuoso (mi verrebbe da pensare a GeoHotz, nda).

Successivamente, due dipendenti del Dipartimento di giustizia americano si erano affrettati a confutare quanto riportato dalla CNN, ma, proprio lo stesso giorno dell'annuncio dello sblocco dell'iPhone 5c, lo stesso organo ha provveduto al pagamento della cifra di $218,000 in favore di Cellebrite.

Peraltro, non sarebbe la prima volta in cui l'FBI si è avvalsa della collaborazione di società di analisi forensi private, ma, in media, i compensi corrisposti erano di $10,883 per ogni consulenza. Dunque, se è vero che nel mondo televisivo tre indizi fanno una prova, è lecito supporre che Cellebrite sia stato il partner selezionato dal Dipartimento di giustizia per lo sblocco del dispositivo.

La questione, ora, riguarda la sicurezza di tutti gli iPhone 5c: se è vero che è stato possibile applicare questa procedura solo allo specifico modello, è indubbio che la falla possa esser scoperta e sfruttata anche da malintenzionati per ben altri scopi, ma visto il rifiuto dell'FBI di rivelare ad Apple la via intrapresa, bisognerà confidare nella perizia programmatori di Cupertino che dovranno scovare il bug e risolverlo prima che sia messo a disposizione della comunità.