Gli assistenti virtuali, croce e delizia del nostro tempo. Tutto è iniziato nell’autunno del 2011, quando l'integrazione in iOS di Siri (acquistata da Apple nel 2010) ci ha fatto fare un doppio balzo in avanti in un futuro che stavamo aspettando. Il servizio veniva all'epoca considerato una versione beta ed ha avuto modo, in questi quasi cinque anni di carriera, di migliorare e integrarsi con più database per riuscire a rispondere ad un numero maggiore di richieste. Siri non è più da sola, sono arrivati Google Now, Cortana e più recentemente Alexa, l’intelligenza di casa Amazon. Eppure, quando pensiamo ad un assistente virtuale, a prescindere dal suo nome, proviamo un certo senso di inquietudine, almeno per me è così. Mi spiego meglio: finché devo interloquire per una richiesta semplice, standard, trita e ritrita, sono abbastanza sicuro che otterrò il risultato sperato, ed infatti, sono proprio queste le occasioni in cui invoco la mia assistente virtuale. “Hey Siri, punta una sveglia per domani alle 8.00”, “Hey Siri, portami a casa” o ancora “Hey Siri, come sarà il tempo stasera?”; mi sento tranquillo a parlare con “lei” in questo modo, facendo una richiesta puntuale. Quando le esigenze diventano appena un po’ più complesse, ovvero implicano la necessità di accedere a diversi database e incrociarne i dati per fornire una risposta, ecco che il sistema collassa e arriva la fatidica frase “Scusa, penso di non aver capito” o quella ancora più snervante “Cerco su internet…”. Facciamo un esempio di richiesta, per così dire, complessa: “Siri, se stasera farà bel tempo, trova un ristorante con posti a sedere all’aperto” (ho inserito le virgole, ma quando si parla con Siri meglio prendere fiato e non fare troppe pause), in questo caso la nostra assistente dovrà (anzi, dovrebbe) incrociare i dati meteo con quelli forniti da TripAdvisor per fornirci una risposta soddisfacente. E no, meglio non chiederle una cosa del genere.

viv-frase

I creatori di Siri, Dag Kittlaus e Adam Cheyer, hanno venduto il loro gioiellino ad Apple che ne ha portato avanti lo sviluppo in questi anni; loro però, non hanno mai smesso di lavorare ad un progetto che ha radici ancora precedenti a quello passato ad Apple: parliamo di Viv. Come segnala The Washington Post, Kittlaus e Cheyer sono pronti a svelare al mondo il loro nuovo assistente virtuale. Le promesse sono numerose, tra cui proprio la capacità di analizzare frasi complesse costituite da più istanze, di discernere le varie richieste, accedere ai database necessari a recuperare tutti i dati e fornire così una risposta soddisfacente. Inoltre, assicurano i due, si potrà dialogare con Viv utilizzando un linguaggio molto più naturale di quanto si fa con gli attuali sistemi e si instaurerà tra uomo e macchina una sorta di dialogo, per portare a termine una richiesta complessa, non esprimibile in una sola frase.

Viv

Non da ultimo, Viv sarà in grado di migliorare in modo drastico a seguito del nostro utilizzo, riuscendo a modificare ed aggiungere autonomamente alcune linee del codice alla base della sua “intelligenza”. Viv ha già ricevuto richieste d’acquisto da parte di Google e Facebook, ma i fondatori dichiarano che l’obiettivo attuale è quello di integrare il loro assistente in più dispositivi possibili, dagli smartphone alle automobili passando per gli elettrodomestici di nuova generazione, quindi fornendo le API alle aziende interessate e non concedendo nessuna esclusiva a un colosso del settore, che poi, è la stessa filosofia seguita da Amazon con la sua Alexa. La presentazione ufficiale di Viv dovrebbe avvenire settimana prossima, solo allora potremo sapere se questa nuova intelligenza sarà davvero the next big thing.