Non è passato nemmeno un mese dall'annuncio ufficiale durante la conferenza I/O 2016 di Google, relativo all'integrazione del Play Store in Chrome OS, che già emergono le prime analisi sul futuro del mercato PC, anzi, di quello dell'era post-PC, visto che la rapida ascesa dei Chromebook rischia di raggiungere l'obiettivo che iPad e altri tablet faticano a conquistare: l'abbandono dei computer così come li conosciamo.

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Leggeri, potenti e con caratteristiche hardware sempre più simili ad altri dispositivi smart, i Chromebook sono al secondo posto dei dispositivi più diffusi in USA ed hanno scalzato i Mac che sono scesi al gradino più basso del podio. Peraltro, i portatili ideati da Mountain View hanno incontrato il favore degli operatori dei settori educational e business perché semplici da configurare sia per gli utenti che per gli amministratori di sistema. Ad ogni modo, la ragione del successo è da ricercarsi nel sistema operativo, nato dall'esperienza maturata da Google nello sviluppo del browser Chrome e dalla conoscenza dei sistemi Linux: l'OS "semplicemente funziona", una definizione storicamente associata ai prodotti Apple (che, a quanto pare, ha preso una direzione diametralmente opposta). Chi ha un Chromebook sa che basta accenderlo per essere subito produttivi, senza dover perdere tempo fra configurazioni o problemi di sistema, ma è ben conscio anche del fatto che i software per Chrome OS non sono nient'altro che delle web app eseguite in sistemi cloud (la stessa Adobe ha reso disponibile per la piattaforma una particolare versione eseguita da remoto di Photoshop) e, come tali, incontrano in gran parte dei casi il grosso limite della necessità di avere una connessione ad internet perenne. La precedente iniziativa ARC, che già portava alcune app Android su Chrome OS, non ha ottenuto i riscontri sperati incidendo ben poco sulla risoluzione del problema sopra descritto.

Il problema, a quanto pare, è stato superato con la convergenza fra il mondo Android e quello Chrome OS con l'implementazione del Play Store in quest'ultimo. Paul Thurrott, giornalista con più di 20 anni di esperienza nel settore dell'informatica e nel mondo Microsoft, nel vedere un video promozionale realizzato da Google, è rimasto colpito dall'esecuzione delle app del robottino verde sui portatili di Big G, tanto da tesserne le lodi: infatti, le app sono completamente indipendenti dal browser (a differenza di ARC Welder, che le faceva comportare più come estensioni potenziate), disponibili come software stand alone, anche offline e offrono più funzioni rispetto alle controparti web. Ad esempio, è proprio Microsoft che potrebbe trarre un vantaggio competitivo per il suo Office rispetto ai prodotti concorrenti, inclusi quelli made in Google, visto che le app di Word, Excel e PowerPoint per Android funzionano molto bene e basterebbe rivederle (per mero scrupolo) per adattarsi al meglio alla nuova piattaforma.

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Gioie e dolori, invece, vengono proprio dalla UI delle app: sebbene i software per il sistema operativo mobile di Alphabet siano progettate per adattarsi ad una pletora di dispositivi con schermi dalle dimensioni più disparate, in alcuni casi mal si adattano ad essere controllate tramite mouse e tastiera. Sui modelli più costosi di Chromebook è possibile usare lo schermo touch per risolvere il problema, ma su quelli più economici bisognerà attendere che gli sviluppatori apportino le opportune modifiche al codice delle proprie app.

I vantaggi dell'integrazione fra i due mondi si tornano a vedere, ad esempio, nella gestione delle notifiche push, le quali vengono mostrate nel centro notifiche di Chrome OS indipendentemente dalla "natura" dell'app usata e nella volontà delle case produttrici di hardware di collaborare con Google per inserire nei propri Chromebook alcuni componenti hardware che, sino ad oggi, sono stati ad esclusivo appannaggio di smartphone e tablet, come accelerometri, giroscopi e GPS.

L'approccio convergente di Google, dunque, sembra essere quello preferito dal mercato: a differenza di Microsoft che ha proposto app universali per sistemi desktop e mobili o di Apple che, invece, vede in iCloud il "raccordo" (perdonatemi il termine) fra Mac e iDevice, Big G ha portato ciò che vi era di buono di un sistema nell'altro, senza snaturarlo e dandogli un parco di app molto più vasto in poco tempo, complice, anche, la relativa giovinezza e freschezza di Chrome OS rispetto a Windows e OS X. Che sia questo l'approccio giusto per lo sviluppo dell'era post-PC? Forse sì, con buona pace dei portatili con velleità da tablet (come i Surface) e dei tablet con velleità da portatili (iPad Pro). Ad ogni modo, se nel primo caso l'approccio è stato quasi del tutto fallimentare (e lo dico da fiero possessore di Surface Pro 4), nel secondo Apple potrebbe correre ai ripari, abbandonando le attuali sovrastrutture ideologiche di iOS conferendogli delle funzionalità più desktop oriented.