Su Steve Jobs e "la sua Apple" circolano diversi miti e leggende. Si tratta di figure entrate a far parte dell'immaginario collettivo e, di conseguenza, semplificate all'eccesso e spesso distorte. Provando ad enumerare articoli, libri, interviste, film, documentari e quant'altro ad essi dedicati, è facile perdere il conto. E molti di questi sono spuntati fuori negli anni successivi alla prematura scomparsa dello storico CEO. Oggi Apple è l'azienda di maggior valore al mondo, nonché la più conosciuta, tuttavia i siti di settore sembrano essere sempre meno "gentili" con lei. Anche noi siamo stati additati di risultare fin troppo critici con la casa di Cupertino negli ultimi anni, ma questo trend non è necessariamente dovuto ad una moda o alla scarsa originalità. Capisco che i lettori possano infastidirsi notando l'appiattimento di valutazioni che ha portato una pluralità di voci ad assomigliare a un coro, ma bisogna anche interrogarsi sul perché la maggior parte dei commentatori tecnologici oggi tenda a seguire questa scia. La risposta più banale che danno alcuni è che parlare male di Apple genera più visite, ma a ben pensarci non è affatto una considerazione logica. Poteva esserlo quando era uno solo a farlo, ma se sono tutti non è più una scelta così saggia. Non è forse la voce fuori dal coro a generare più scalpore?

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Nel bene o nel male parliamo di Apple, Google, Microsoft e di qualsiasi altra azienda, servizio o prodotto attiri la nostra attenzione. Tuttavia la storia di SaggiaMente ha delle forti radici in Casa Cupertino, anche perché viviamo a stretto contatto con Mac e iDevice. Ken Segall è stato ben più vicino ad Apple, lavorando per 12 anni come direttore creativo dell'agenzia che ha creato alcune delle campagne più famose dell'era Jobs. Dal suo punto di vista, la ricerca della semplicità è stato uno dei punti di forza del co-fondantore, come ha descritto nel libro "Think Simple: How Smart Leaders Defeat Complecity". Ma oggi le cose sono cambiate, almeno è questo ciò che si evince scorrendo i titoli di qualsiasi testata tecnologica, e l'autore ha pubblicato un articolo su TheGuardian interrogandosi su come e quanto Apple si sia allontanata da quel principio chiave: la semplicità.

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Eviterò di farvi una traduzione o un riassunto dell'articolo, che invece vi invito a leggere, ma vorrei commentare brevemente alcune delle sue riflessioni. Prima di tutto Ken Segall dice qualcosa che tutti sappiamo, ovvero che Tim Cook non è e non potrà mai essere Steve Jobs. Tuttavia è stato quest'ultimo a sceglierlo come suo successore, sapendo che avrebbe avuto le competenze amministrative adatte e l'umiltà di delegare ad altri i compiti per i quali non è naturalmente portato. Lo vediamo banalmente nei keynote, quando Cook introduce e poi lascia spazio a chi è più competente per la presentazione dei prodotti. La valutazione appare certamente corretta, perfino banale nella sua condivisibilità, ma lascia inevitabilmente dei punti interrogativi sul futuro. Un'azienda così composta, fatta di tante parti che dialogano tra loro, sarà in grado di portare avanti una visione unitaria? E sarà questa altrettanto ispirata di quella che ha portato Apple al successo?

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Domande aperte e senza risposta, per le quali ogni ipotesi sembra un azzardo. C'è chi dice che le cose stiano comunque andando benone, considerando dati di vendita e valutazione economica, c'è chi pensa che stiano solo campando di rendita e che i nodi verranno al pettine. La semplicità, però, sembra effettivamente un lontano ricordo. Dalle parole di Ken Segall si evince come ogni singolo settore dell'azienda abbia perso l'originalità che la distingueva dalle altre big company, assomigliando ora ad una delle tante realtà che operano a camere stagne. A quanto pare anche nella comunicazione i vari reparti si sono scollati, creando un team interno composto da una moltitudine di persone che spesso competono le une con le altre. Per quanto riguarda i prodotti e i servizi, tutti ricordiamo che la Apple di Jobs non era esente da problemi, ma il fatto è che stanno diventando più frequenti e spesso più preoccupanti. Basti pensare alle ultime versioni di iOS 9, che in pochi mesi hanno mandato in tilt milioni di iPhone e iPad. La semplicità si è persa anche nella linee di prodotti e nei loro nomi, ma ancora una volta vi sono delle attenuanti secondo Segall. L'azienda è cresciuta così tanto che non poteva permettersi di ignorare importanti quote di mercato, come quelle che nel 2014 hanno portato alla creazione degli iPhone "più grandi". Nel 2013, infatti, si stava assistendo ad una feroce competizione nell'offerta del mondo Android, che ha portato anche alcuni fedelissimi alla migrazione. Oggi ci sono tre iPhone, quattro iPad e tre linee di MacBook, ma probabilmente era un'evoluzione necessaria. Non poteva passare inosservata anche la confusione nella nomenclatura dei prodotti, argomento che ho già discusso nell'articolo "Sul ritorno di macOS e l'importanza dei nomi".

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Alla fine dei conti Segall non si schiera nettamente pro o contro Apple, cosa che ritengo assolutamente saggia e condivisibile. Gli analisti e gli investitori scommettono ogni giorno sul futuro di un'azienda, lo fanno per lavoro e per tornaconto personale, un osservatore può permettersi "il lusso" di guardare le cose in modo più distaccato, senza la necessità di promuovere o bocciare l'altrui operato. La semplicità non è più nelle corde di Apple perché non c'è più un unico sovrano – per quanto odiato o amato – che incarni l'azienda e abbia la capacità di incanalare le sue risorse in una direzione ben definita. L'eterna startup californiana è solo un lontano ricordo.