Sono passati quasi 10 anni dal lancio del primo iPhone. Allora, gli smartphone migliori sul mercato erano i Nokia per gli utenti prosumer, i Blackberry per quelli business. Le interfacce erano sì user friendly, ma antiquate: per spostarsi fra gli infiniti menu e sottomenu bisognava utilizzare una croce direzionale o un piccolo joystick, mentre le funzioni, ancorché avanzate per l'epoca, erano decisamente complicate da usare. Per di più, reperire programmi di terze parti era spesso un vero e proprio mal di testa e, a volte, se non si stava attenti, si poteva incappare in qualche malware. Qualche altro produttore iniziò timidamente a commercializzare smartphone con display touch resistivi, mentre Microsoft si preoccupava di sviluppare una versione di Windows per dispositivi mobili con la stessa identica UI della controparte desktop, rendendo la vita impossibile fra pennini poco precisi e finestre microscopiche. Ad ogni modo, per chi ha vissuto quegli anni, tutto questo appariva avveniristico e si faceva volentieri buon viso a cattivo gioco, anche per il piacere di essere nerd (in un periodo in cui non era così mainstream).

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Apple, nel 2007, cambiò le carte in tavola, così come fece per i personal computer quasi 30 anni prima con i tablet qualche anno dopo: schermi capacitivi, un sistema operativo cucito sull'hardware del dispositivo e focalizzato su un nuovo modo di intendere l'esperienza utente e che di lì a poco sarebbe stato aperto alle app di terze parti (spinti anche dal grande successo di Installer prima e Cydia poi). In quello stesso periodo, Google stava sviluppando una prima versione di Android che, nelle migliori intenzioni, avrebbe dovuto essere un semplice launcher Java per dispositivi già esistenti, volto a migliorare (seppur di poco) l'esperienza utente. Caso volle che l'allora CEO di Google, Eric Schmidt, sedesse anche nel CdA di Apple e, quindi, decise di cancellare lo sviluppo di Android Java per ripartire da zero e, grazie ad una alleanza con produttori e operatori, creare ciò che sarebbe divenuto il principale concorrente di iOS. Insomma, sembrava ripetersi ciò che avvenne fra macOS e Windows anni prima.

Proprio per il differente approccio di Big G alla problematica, Android ha sempre goduto di una eccessiva frammentazione: ogni produttore, infatti, può decidere di modificarlo come meglio credere, di implementare i propri servizi e app che, il più delle volte, risultano inutili e tendono a peggiorare l'esperienza utente. Basti pensare all'enorme differenza che intercorre fra un Galaxy S7, il cui OS è stato pesantemente rivisto da Samsung, e un LG G5 o, ancora, fra uno Xiaomi Mi 5 con ROM cinese e uno con ROM global: più l'esperienza Android si avvicina a quella stock, migliori saranno le impressioni degli utenti e meglio si apprezza il lavoro svolto da Google.

Forse, proprio per questi motivi, in quel di Google starebbero pensando di andare oltre il programma Nexus e iniziare a progettare e a produrre uno smartphone totalmente "fatto in casa", proprio come i Chromebook Pixel o il tablet Pixel C. Del resto, gli asset e i brevetti non mancano (frutto dell'acquisizione di Motorola, rivenduta a Lenovo senza il portfolio delle proprietà industriali) e si dovrebbe solo trovare un assemblatore disposto a metter su una catena di montaggio ad hoc. Ovviamente, nella testa di Sundar Pichai non ci sarebbe il famigerato Project Ara (lo smartphone modulare, nda), ma la creazione di un telefono che possa essere percepito come premium, alla stregua di iPhone. L'indiscrezione, riportata da 9to5Google, sembra ripetersi a intervalli di tempo quasi regolari, ma, forse, lo smartphone di Google potrebbe vedere la luce molto presto e chissà che non riesca ad impensierire Apple.