Quando Facebook annunciò che avrebbe incrociato i dati raccolti tramite WhatsApp con i propri "per offrire una esperienza utente migliore" (leggi: per eseguire una migliore profilazione degli utenti), molti si sono preoccupati di come questi potessero essere utilizzati e, soprattutto, della tipologia di informazioni che il social network avrebbe potuto raccogliere. Del resto, il monitoraggio delle chat va un po' in controtendenza rispetto alla tanto sbandierata crittografia end-to-end, di recente implementata da WhatsApp.

whatsapp-lead

Se negli USA il problema è molto meno sentito, in Europa, invece, la poca chiarezza circa le modalità di raccolta e di trattamento dei dati ha generato non poca preoccupazione anche nelle Autorità garanti nazionali. Già a settembre, infatti, l'Autorità tedesca aveva imposto a Facebook il blocco della raccolta, seguito da quella inglese e da quella irlandese, la quale oggi ha confermato al Finacial Times (via MacRumors) che il social network ha fermato la registrazione dei dati in tutto il nostro continente. In Italia, invece, si è mossa solo l'Autorità garante per la concorrenza ed il mercato, aprendo ben due procedimenti contro WhatsApp.

Le ragioni della scelta di Facebook sono da ricercarsi nella lettera che il Working Party 29 (ossia l'organismo composto dai rappresentanti di tutte le Autorità per la tutela della privacy nazionali) ha inviato  a WhatsApp lo scorso 27 ottobre. Il WP29, infatti, si è detto molto preoccupato per la raccolta dei dati così come strutturata dal social network, visto che è contraria agli standard richiesti dall'attuale quadro normativo dell'Unione, standard che, peraltro, saranno ancora più stringenti a partire dal 26 maggio 2018, data in cui entrerà in vigore il nuovo regolamento europeo sulla privacy.