L'idea che i nostri dati su Evernote potessero venir letti dai dipendenti dell'azienda non è piaciuta a nessuno. Abbiamo spiegato come cercare di tutelarsi rispetto la nuova Privacy Policy che sarebbe dovuta entrare in vigore dal prossimo 23 gennaio ma, fortunatamente, non ce ne sarà bisogno. L'ondata di lamentele che ha investito Evernote è stata tale che la dirigenza ha deciso per un tempestivo dietro front.

La comunicazione ufficiale riporta alcune affermazioni interessanti del CEO Chris O’Neill, il quale ci ha tenuto ha precisare un punto sopra tutti, con questa unica frase riportata in grassetto:

no employees will be reading note content as part of this process unless users opt in

La prima cosa da capire, dunque, è che il funzionamento di default verrà completamente invertito. Adesso sarà l'utente a dover esplicitamente dare il consenso e non il contrario. Ciò è molto importante in termini di trasparenza e limiterà in modo massiccio la quantità di account che aderiranno a questa "iniziativa". Viene comunque ribadito che si sarebbe trattato di una misura eccezionale, volta solo a risolvere eventuali errori dell'algoritmo di machine learning, ma il polverone che si è sollevato ha portato l'azienda in una direzione quasi obbligata. Pare che, oltre alla lamentele apparse sui social network e nei siti internet, le caselle di posta di Evernote siano state letteralmente sommerse di email scritte da utenti infuriati. Bisogna considerare che il servizio di base è gratuito, cosa che solitamente si traduce nella necessità di dover dare in cambio all'azienda qualcosa di valore, ovvero i nostri dati; ma ci sono anche i piani a pagamento, che sono diventati più diffusi da quando si è deciso di limitare a 2 soli accessi quello gratuito. Questo significa che Evernote deve stare molto attenta a come muove i suoi passi, perché ha sì bisogno di avere un ritorno di valore dai servizi offerti gratuitamente, ma deve anche e soprattutto tenere conto degli utenti paganti. È chiaro che in questa situazione non si stava parlando di vendita di dati personali ad aziende terze, per cui era certamente meno grave, ma ciò non toglie che i dipendenti di Evernote potevano effettivamente leggere cosa scrivevamo. Le rassicurazioni sulle buone intenzioni ci piacciono, ma non possiamo accettare un accordo che dice che possono invadere la nostra privacy solo perché, fuori dalle righe, ci assicurano che lo faranno saltuariamente e con circospezione.

We are excited about what we can offer Evernote customers thanks to the use of machine learning, but we must ask for permission, not assume we have it. We’re sorry we disappointed our customers, and we are reviewing our entire privacy policy because of this.

Tutto bene quel che finisce bene? Forse sì, ma si potrebbe dire che questa è solo una piccola battaglia contro una guerra che rischiamo di dover perdere. Ad esempio: viene ribadito l'arrivo di funzionalità evolute legate al machine learning, che rimane in programma anche se con meno aiuto da parte dell'essere umano che affina gli algoritmi di interpretazione della macchina. Ma tali funzionalità sono ormai ovunque intorno a noi e cresceranno a dismisura nei prossimi mesi, perché questo è il trend dell'intero mercato. E se un tempo non troppo distante avere qualcuno che ci guardava, ci ascoltava e leggeva ciò che scrivevamo ci avrebbe fatto sentire in prigione, oggi siamo noi stessi che ci circondiamo di videocamere, che usiamo smartphone, TV ed altri apparati con microfoni sempre in ascolto e che tendiamo ad usare un motore di ricerca ed un servizio email che vivono proprio in base all'invasione della nostra privacy. E affinché le macchine riescano a capirci sempre meglio queste dovranno analizzare dati ed informazioni reali catturati direttamente dalle nostre vite. Saremo noi, dunque, il carburante che farà progredire il machine learning?