Lo scorso mese di agosto, la Commissione Europea ha comminato all'Irlanda con una decisione (che è un atto proprio dell'organo, nda) una multa per aver favorito Apple applicando un regime fiscale più favorevole e, pertanto permettendole di risparmiare qualcosa come 13 miliardi di euro per le imposte non versate. Il provvedimento dispone che sia proprio lo Stato a richiedere a Cupertino quanto risparmiato, visto che la questione riguarda la fiscalità interna del Paese.

Se Apple, dal canto suo, ha ritenuto la decisione una vera e propria "schifezza", il governo irlandese ha subito annunciato che avrebbe presentato ricorso contro il provvedimento. Oggi, il primo ministro Enda Kenny ha spiegato le motivazioni alla base dell'impugnazione, che sarà proposta dopo che l'UE, nei prossimi giorni, avrà depositato le motivazioni alla base del proprio atto.

In primis, Bruxelles avrebbe mal interpretato il funzionamento del sistema fiscale irlandese: se per il commissario europeo alla concorrenza Margrethe Vestager il Paese avrebbe negoziato con Apple due distinti accordi (uno nel 1991 e uno nel 2007) per abbassare l'aliquota reale sotto lo 0,5%, Dublino sostiene di non accordarsi con nessun operatore e che il parare indirizzato ad Apple è solo una interpretazione del normale trattamento fiscale irlandese, che prevede che le imprese non residenti non paghino imposte e tasse sui profitti realizzati. È, infatti, questo il caso di Apple Sales International ed Apple Operations Europe, società irlandesi prive di residenza fiscale alle quali la società californiana imputa tutto il guadagno generato all'interno dell'Unione. Quindi, i guadagni realizzati da Apple dovrebbero essere tassati negli Stati Uniti, per la gioia del neoeletto presidente Trump.

In secundis, invece, Dubino sostiene che Bruxelles abbia interferito indebitamente negli affari interni della nazione: la Commissione, infatti, per motivare la sua decisione si è basata sulla normativa contro gli aiuti di Stato, ricorrendo, quindi ad uno stratagemma per tentare di "riscrivere il diritto fiscale interno di un Paese", settore nel quale l'Unione non ha competenza (se non per i tributi cosiddetti comunitari, espressamente previsti dai Trattati istitutivi). Questo particolare capo di impugnazione è quello che potrebbe far più discutere, visto che sono anni che si cerca di armonizzare i sistemi fiscali europei, ma ogni tentativo ha sempre incontrato le resistenze di molti Stati (visto che, ovviamente, ci sarebbe chi dovrebbe diminuire la pressione fiscale e chi, invece, dovrebbe aumentarla, diventando meno concorrenziale rispetto agli altri). Peraltro, negli scorsi mesi l'Irlanda ha iniziato a inasprire il proprio sistema fiscale sulla base delle linee guida dell'OCSE sull'imposizione delle multinazionali.

Fino a che l'Europa non armonizzerà anche la normativa fiscale, l'apertura delle filiali europee in Paesi come l'Irlanda o l'Olanda sarà sempre l'opzione favorita dalle multinazionali che, complice anche la politica protezionistica che sta per essere messa in atto dagli USA, godranno di un sistema fiscale agevolato. Finché gli Stati membri non capiranno che bisognerà essere concorrenziali anche sul fronte della tassazione, quindi, casi come la #AppleTax saranno all'ordine del giorno, con buona pace di chi desidera investire, ad esempio, qui in Italia.