Certamente Samsung sperava in un inizio anno diverso. Un 2017 da avviare facendo leva sul successo del Galaxy Note 7, ulteriore volano dopo il già riuscito S7 nell'attesa che arrivasse il successore di quest'ultimo. Purtroppo la storia ha preso una piega ben più negativa e il Note 7 si è rivelato un flop tecnico oltre che commerciale, costringendo l'azienda coreana sia alla cancellazione del dispositivo sia alla graduale disattivazione delle poche unità rimaste ancora in circolazione. Le indagini interne sulle cause degli incendi sono state concluse, e benché l'ufficialità sarà data solo lunedì prossimo Reuters ha già anticipato gli esiti.

Alla fine le colpevoli rimangono le batterie, già sospettate quando si era nel vivo della vicenda. A nulla è valso per Samsung effettuare un programma di richiamo, passando persino da soluzioni fatte in casa ad altre di terze parti: anche quei Galaxy Note 7 che erano ritenuti sicuri si sono rivelati alla fine proni al medesimo difetto. Secondo quel che riportano le fonti di Reuters, gli ingegneri del colosso e altri esperti indipendenti sono stati in grado di ricreare nei laboratori le condizioni che scatenavano gli incendi, non rilevando nessuna responsabilità nella progettazione hardware né nel software.

Fra una settimana potremo scoprire la verità con più dettagli, forse, anche perché il quadro sopra descritto non risponde ancora ai legittimi dubbi già postisi ai tempi, uno su tutti il ripetersi del fenomeno anche cambiando fornitore di batterie, eventualità per la quale occorre una bella dose di sfortuna. Ad ogni modo ci si aspetta che con la pubblicazione del report ufficiale vengano annunciate anche le contromisure studiate affinché in futuro non si ripetano casi simili, e auguriamo all'azienda che effettivamente vada così.

Nel frattempo, un'altra situazione infuocata arriva sul piano giudiziario. Sempre di provenienza Reuters è la notizia del mandato di arresto richiesto dalla procura sudcoreana nei confronti del vicepresidente del consiglio di amministrazione Samsung, Jay Y. Lee, figlio del presidente Lee Kun-hee. Egli sarebbe coinvolto in uno scandalo massiccio che ha già portato lo scorso mese alla procedura di impeachment per la presidentessa della repubblica Park Geun-hye, ora sospesa dall'incarico. Nello specifico, Lee avrebbe pagato 43 miliardi di Won (pari a poco più di 34 milioni di Euro) ad enti controllati da un'amica di Geun-hye, Choi Soon-sil, al fine di assicurarsi il via libera nel 2015 alla fusione tra due società del conglomerato Samsung.

In aggiunta all'accusa di tangenti, Lee potrebbe essere processato per frode e falsa testimonianza. Mercoledì si terrà un'udienza alla corte del distretto centrale di Seoul che stabilirà se rendere effettivo o meno il mandato di arresto. Dal canto suo, Samsung sostiene che gli enti di Soon-sil sono a scopo benefico e pertanto la cifra contestata va considerata donazione. Vedremo come si svilupperà la vicenda, resa ancor più complicata dal fatto che, nonostante sia ufficialmente vice, Jay Y. Lee sin dal 2014 fa le veci effettivo del padre presidente Lee Kun-hee, reso inabile da un infarto.