Apple e Google hanno entrambe un nemico in comune, e non stiamo parlando di Microsoft, almeno per ora ritiratasi dalla battaglia per il settore mobile. Questo nemico è più tecnico, che prende il nome di spazio di archiviazione. In un mondo digitale pieno di app, musica, foto e video, ancora tutt'altro che pronto ad abbracciare completamente il cloud, entrambe le aziende ingaggiano una lotta fino all'ultimo MB affinché le proprie piattaforme non occupino troppo spazio costringendo l'utente a periodiche purghe di dati (che di per sé male non fanno, se con criterio e previo backup dei file importanti). In un mondo ideale si risolverebbe avendo tutti smartphone dai 128 GB in su, ma la realtà vede una larga maggioranza di tagli ben inferiori e in fondo anche coloro che si sono concessi all'apparente abbondanza devono far quadrare comunque i conti se vogliono avventurarsi in campi come la produzione di video 4K. Un altro problema con spazi risicati è costituito dagli aggiornamenti software da installare: anche per esperienza personale, su certi dispositivi la loro gestione può diventare una vera tortura. Google potrebbe aver trovato un rimedio almeno per queste situazioni e lo metterà in atto a partire da Android O, stando a quanto rinvenuto da Ars Technica.

Si tratta di un'evoluzione di un'altra utile funzionalità precedentemente introdotta con Android 7.0, ovvero la possibilità di effettuare aggiornamenti "seamless", al momento prerogativa pressoché assoluta dei Google Pixel. Per effettuarli è prevista la presenza di due partizioni di sistema, una in uso e una inattiva: durante l'uso, i nuovi rilasci vengono installati in questa seconda partizione, che al successivo riavvio scambierà ruolo con l'altra velocizzando sensibilmente il processo. I dati personali dell'utente, così come le app installate, non vengono toccate dal processo. Il problema con questo metodo è che l'intero pacchetto di aggiornamento, con le sue cospicue dimensioni, viene scaricato nella partizione destinata appunto ai dati dell'utente. Di conseguenza, se lo spazio è insufficiente il processo di aggiornamento "seamless" salterebbe tanto quanto quello tradizionale. La soluzione prevista in quel di Mountain View è servire gli aggiornamenti, per così dire, "in streaming". Le porzioni da aggiornare vengono man mano scaricate e subito installate direttamente nella partizione secondaria, non andando a toccare così il resto dello spazio nemmeno in via temporanea.

Un dettaglio interessante è che sulla carta la funzionalità non sarà prettamente esclusiva di Android O. Tramite Play Services verrà infatti portata pure sui dispositivi dotati di Nougat col sistema della doppia partizione. Una bella iniziativa, se non fosse per il fatto già citato che solo i Pixel ne fanno uso. Innanzitutto, per implementare il meccanismo "seamless" occorre che Nougat sia stato installato di fabbrica sui nuovi dispositivi e non ottenuto tramite aggiornamento. Poi, va considerato che l'adozione da parte degli OEM non è obbligatoria, col prevedibile risultato che nessuno sinora se n'è curato. Un vero peccato che Google dovrebbe prendere più di petto nella risoluzione, altrimenti vanificherebbe tutti gli sforzi che sta predisponendo per migliorare i cicli di aggiornamenti, incluso il Project Treble.