Il marketing dà, il marketing toglie: storie di incompatibilità forzate

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Si parla spesso di obsolescenza, considerando primariamente la parte hardware di un dispositivo. Pensiamo ad esempio ai prodotti che hanno batterie non sostituibili, come la maggior parte degli auricolari true wireless in circolazione, i quali possiedono per loro natura una sorta di “data di scadenza”: dopo 2 o 3 anni di uso continuativo, è facile che l’autonomia sia così ridotta da renderli inutili. Anche gli elettrodomestici moderni, specie quelli in fascia economica, vengono prodotti con componenti così delicate che si rompono prima che in passato. E, per una curiosa coincidenza, spesso avviene poco dopo la scadenza della garanzia.

Nel mondo dell’alta tecnologia esiste tutta un’altra categoria di obsolescenza che è guidata dal software. Ad esempio, non ricevere più aggiornamenti dei sistemi operativi o di sicurezza, rende un computer, uno smartphone o un tablet, decisamente meno appetibile; spingendo l’utente ad acquistarne uno nuovo prima che sia diventata una reale necessità.

Alcuni marchi sono diventati dei veri maestri nel trattare le novità software come leve di mercato per i nuovi modelli, anche quando queste potrebbero tranquillamente funzionare su quelli vecchi. Apple è una di queste, ma non è certamente la sola. Ad esempio, per installare Windows 11 è necessario che il computer supporti TPM 2.0 (Trusted Platform Module) “come importante blocco predefinito per le funzionalità correlate alla sicurezza”. Eppure, online ci sono moltissime guide che spiegano come aggirare il blocco. Nella maggior parte dei casi, i produttori propongono una spiegazione del perché esistono determinati limiti – ad esempio per Microsoft potrebbe essere un necessario avanzamento sul fronte della sicurezza a favore degli utenti – ma si tratta comunque di scelte unilaterali che siamo costretti a subire.

Gli esempi di questo tipo si sprecano nella recente storia di Apple. Spulciando nel nostro archivio, Giovanni ha trovato un suo articolo del 2012 che dimostrava il falso limite di non poter installare iPhoto su iPod Touch e iPad, mentre girava su iPhone.

Saltando a tempi più recenti, l’arrivo di Stage Manager su iPad era stato vincolato ai soli dispositivi con M1, ma, dopo numerose critiche e virtuali sommosse online, Apple ha deciso di estenderlo anche ad iPad Pro 2018 con A12X. Ed è stato dimostrato che potrebbe benissimo funzionare anche sugli iPad mini.

Un altro esempio? Live Text, la funzionalità che “legge il testo nelle immagini”, era stata introdotta come esclusiva dei chip M1 con macOS Monterey nelle prime versioni Beta. Forse doveva rimanere così, forse ci stavano ancora lavorando; ma, dopo un mezzo polverone, la Beta 4 l’ha portata anche sui Mac con Intel.

Proprio i Mac Intel si trovano in una situazione piuttosto complicata. A differenza di Windows, che taglia fuori hardware vecchi solo dopo moltissimi anni, Apple ha sempre avuto una politica più restrittiva, con un supporto per i nuovi sistemi operativi limitato nel tempo. Per dire, il mio Mac Pro del 2013 è fermo proprio a macOS 12 Monterey (2021) ed è stato tagliato fuori con macOS 13 Ventura (2022). È stato considerato “attuale” da Apple per 9 anni, ma solo perché era computer di fascia professionale. Non è andata altrettanto bene ai MacBook Pro, che Ventura ha supportato solo nelle versioni dal 2017 a salire, escludendo quindi macchine del 2016 con soli 6 anni di aggiornamenti.

E questo scenario non è destinato a migliorare perché siamo in piena transizione ad Apple Silicon e mantenere attivo un codice doppio per una architettura “vecchia” non è una cosa semplice. Non a caso, macOS Sonoma (2023) ha interrotto il supporto persino per gli iMac precedenti al 2019. A questo va aggiunto il fatto che spesso diventa molto complicato reperire i sistemi operativi obsoleti che erano distribuiti solo tramite Mac App Store e, in alcuni casi, anche le versioni vecchie di app attuali che, sempre vendute tramite il Mac App Store, non girano più sui sistemi operativi precedenti.

Sempre lato software, ma ritornando a parlare di tablet, Final Cut Pro non gira sugli iPad Pro del 2018. Normale, penserete voi, visto che non avevano ancora Apple Silicon. Se non fosse che ieri, Steve Troughton-Smith ne ha “accidentalmente sbloccato” l’installazione sul suo esemplare e gira tutto senza problemi, anche l’esportazione. Poi ha spiegato di aver probabilmente capito il metodo, ma ha preferito non condividerlo per evitare che Apple lo bloccasse.

Queste sono le cose per cui trovo giusto battersi ed indignarsi. E personalmente le distinguo, in modo netto, da altre limitazioni che nascono da cause oggettive. Un esempio calzante è quello della nuova Apple Pencil Pro che funziona solo sui nuovi iPad Air M2 e iPad Pro M4. Ho letto critiche da ogni dove, insulti, commenti disillusi e altri deliranti, perché lo hanno fatto apposta, è stato deciso solo per fregare i clienti.

Capisco che possa dispiacere, credetemi. Io ho un iPad Pro 12,9″ M1 Cellular da 256GB e mi trovo esattamente nella situazione peggiore: dispositivo recente e costoso che non la supporta. Però se hanno spostato la camera frontale sul lato lungo, lì dove la maggior parte di noi desiderava che andasse, e sono riusciti a mantenere la compatibilità con attacco magnetico e ricarica della Apple Pencil Pro riprogettato il layout dei magneti e del circuito di ricarica, semplicemente non va sui vecchi modelli. Un utente in un commento mi ha detto che Apple poteva e doveva fare una sorta di adattatore. Non saprei dirvi se sia tecnicamente fattibile o ergonomicamente funzionale, ma si parla comunque di qualcosa di diverso. Un conto è criticare quando ci vengono tolte delle possibilità per partito preso, cose che mancano solo per presa di posizione, come non poter installare un software su un hardware più vecchio dove è provato che funzionerebbe senza problemi. Altra cosa è volere che un’azienda ingegnerizzi e produca un accessorio che guardi al passato e che, potenzialmente, va anche contro i propri interessi. Almeno, questo è il mio punto di vista, ma sono curioso di sapere come la pensate.

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Maurizio Natali

Titolare e caporedattore di SaggiaMente, è "in rete" da quando ancora non c'era, con un BBS nell'era dei dinosauri informatici. Nel 2009 ha creato questo sito nel tempo libero, ma ora richiede più tempo di quanto ne abbia da offrire. Profondo sostenitore delle giornate di 36 ore, influencer di sé stesso e guru nella pausa pranzo, da anni si abbronza solo con la luce del monitor. Fotografo e videografo per lavoro e passione.

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