Dopo le numerose proteste arrivate all'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) è arrivata la decisione definitiva: lo spot "sorelle d'Italia" di Calzedonia deve essere immediatamente ritirato. Per chi non lo avesse visto si tratta di questo spot.

La prima delle numerosissime segnalazioni arrivate alla IAP è stata quella dell'«Associazione Difesa Consumatori Sportivi», ma un'esponente della IAP, intervistato ieri da Giuseppe Cruciani su Radio24 ne "La Zanzara", ha dichiarato che anche il Quirinale ha richiesto che venisse "verificata" la pubblicità in oggetto.

"Riteniamo di aver centrato un obiettivo importante a tutela dell’Inno d’Italia e di quello che rappresenta per tutti gli italiani. Era assurdo che l’emblema musicale della nostra Nazione venisse utilizzato a scopi meramente commerciali per vendere calze”, ha sentenziato il Presidente della IAP.

Schermata 2009-11-21 a 18.11.32Chiaramente da Calzedonia hanno fatto sapere che di non essere stati "capiti", ma che provvederanno immediatamente a cancellare la programmazione dello spot. Ma siamo sicuri che sia la cosa giusta? La motivazione della IAP non è campata in aria, Calzedonia ha usato un pezzo di identità italiana per scopi commerciali. Ma allora per tutte quelle aziende che si fregiano del tricolore come "garanzia di qualità" perché non si interviene? Non credo che i nostri colori siano meno importanti del nostro inno. Eppure oggi ho mangiato uno stracchino con il tricolore sulla confezione ed ho visto un paio di scarpe con la nostra bandiera sotto suola. Ma a questo siamo abituati da sempre. Invece Calzedonia è andata oltre, ha "innovato" facendo qualcosa di mai visto prima. Ma non è questo che deve fare la pubblicità?

La IAP svolge solitamente un servizio ottimo, perché la linea che separa uno spot genaile e d'impatto da uno semplicemente volgare è molto sottile. Ma credo che in questo caso le numerose pressioni ricevute abbiano potuto turbare la loro capacità di giudizio oggettiva.

È davvero così "offensivo" questo spot? Voi (noi) italiani, ci sentiamo «traditi» se il nostro inno viene usato, in modo così garbato, per una pubblicità?