Come ben sappiamo, la competizione nel mercato tra diverse aziende è solitamente un bene per noi utenti, che possiamo scegliere la proposta più vicina alle esigenze personali, cambiando prodotto a seconda dei cambiamenti loro e di quelli nella nostra vita. Eppure, non tutti sono convinti che una concorrenza troppo spinta sia il meglio. Tra gli scettici si conta anche il co-fondatore e CEO di Google Larry Page, in una sua intervista con Fortune (via AppleInsider).

"Tutte le grandi aziende sono tali perché hanno fatto qualcosa di grande. Dal punto di vista dell'utente, vorrei vedere maggiore cooperazione tra esse. Internet è stato sviluppato nelle università ed è stato concepito per favorire le integrazioni. E per come poi l'abbiamo commercializzato, è stato sempre più applicato un approccio simile a quello delle isole, che come utente penso sia una vergogna." Senza mezzi termini, Page boccia così l'eccessivamente agguerrita rivalità tra Google, Amazon e Apple che ha finito per creare ecosistemi poco compatibili, se non del tutto incompatibili, tra loro. E la sua speranza, infatti, è che le tre aziende avviino una maggiore cooperazione affinché gli utenti non debbano subire in modo eccessivo passando da uno strumento all'altro.

Se a una prima occhiata potrebbe quasi avere il sentore di proposta di cartello, a ben pensarci almeno sul piano teorico Page non ha tutti i torti: in alcuni casi vi è un atteggiamento troppo chiuso nei confronti di soluzioni concorrenti, al punto da non permettere l'interoperabilità. Pensiamo, ad esempio, a iCloud su Android. Difficile chiedere di ottenere tutte le funzionalità, ma almeno mail, contatti e calendari sì. Invece, si fronteggia una situazione in cui talvolta con molti sforzi manuali si riesce a ottenere il risultato e un'altra in cui molto più spesso ci si deve scontrare con un muro di errori (nel caso del sottoscritto).

Ma è proprio qui che interviene il lato pratico della situazione. Ogni azienda ha tutti gli interessi a mantenere l'utente nel proprio ecosistema, e ognuna lo fa a suo modo: c'è chi preferisce un approccio più libero, come Google che dà ampio supporto ai suoi servizi anche su iOS; c'è chi invece preferisce un metodo chiuso ma con maggior controllo sull'erogazione dei prodotti in termini di funzionalità e qualità, come Apple che di fatto porta chi usa i servizi di iCloud a "sposarli" con uno dei dispositivi dell'azienda per ottenerne il meglio. Ciò porta poi alle ben note differenze, anche filosofiche, tra le due aziende e tra i loro clienti. Una situazione, quella di Page, utopica, che si realizzerebbe solo se Apple virasse verso un'impronta decisamente più votata al software come quella presente in Mountain View, o quantomeno una soluzione ibrida come quella "devices+software" su cui puntano Microsoft e, con le dovute distinzioni del caso, anche Amazon. Ma una Apple così, alla fine, rischierebbe di snaturarsi e perdere tutto ciò per cui è amata o odiata, a seconda dei casi, con ripercussioni negative sulla concorrenza nel settore. Le differenze, quindi, sono e saranno sempre inevitabili. Se poi le aziende lavoreranno insieme per cercare di limarne alcune, tanto di guadagnato per noi, ma un iTunes Store per Android o un Play Store per iOS rimarranno praticamente fantasie.