Che i pilastri su cui si basa l'economia globale siano a rischio di sgretolamento non è propriamente un mistero. Ormai sono decenni che i più esperti evidenziano i sintomi della malattia e da qualche anno ne vediamo gli effetti più devastanti. Basta dire "crisi" e ci siamo già capiti. Forse il problema risiede nelle persone, o magari nella logica che sottende tutta questa economia del nulla, ma un problema c'è. E dire che non era proprio difficile accorgersene.

Si provi a spiegare ad un giovane in età consona come viene calcolato il valore di un'azienda o di una nazione: il suo sguardo interrogativo dovrebbe essere piuttosto eloquente. Non serve scendere nel dettaglio, qualsiasi nozione troppo tecnica sarebbe fuori luogo, ma i concetti base, quelli sì, dovrebbero essere non solo comprensibili ma soprattutto condivisibili. Si dice che "le cose semplici sono quelle che funzionano", una delle tante frasi fatte di antiche origini ma non meno veritiera del proverbio "cielo a pecorelle acqua a catinelle", nato dalla semplice osservazione dei fatti e confermato dalla scienza moderna. Non tutto deve e può essere così semplice, ma siamo forse andati troppo "avanti" per apprezzare il primitivo significato del lavoro?

In questa parte del mondo, noi che amiamo definirci civilizzati abbiamo smesso da tempo di lavorare per soddisfare i bisogni nostri e dei nostri cari per concentrarci sui desideri. Mi basta guardare la scrivania che ho di fronte per capire che sono andato decisamente oltre ciò che mi era strettamente necessario e, se leggete questo blog e condividete le passioni di chi vi scrive,  in tutto o in parte, sapete bene a cosa mi riferisco.

Facciamo un passo indietro. Un'azienda che produce ha la necessità di vendere. Se lo fa, copre i costi e guadagna, se non lo fa... beh, può sempre esplorare mercati alternativi, cercare di reinventarsi e, in ultima istanza, chiudere. Logico come piacerebbe alla parte vulcaniana di Spock. Gli economisti esperti trasaliranno di fronte alle estreme, banali semplificazioni fin qui esposte, ma è proprio qui il punto.

Prendiamo un'azienda come Dell, nata nel 1984 da un'idea semplice quanto geniale, si è distinta dagli altri produttori fornendo all'utente finale la possibilità di selezionare e personalizzare molti dei componenti presenti all'interno del computer. Senza creare modelli prestabiliti ma solo linee di prodotto, la statunitense fondata da Michael Dell è diventata rapidamente una delle più importanti del panorama informatico, abbracciando non solo il mercato del personal computer ma anche quello dei server, delle stampanti, dei monitor, ecc... Gli anni recenti non sono stati altrettanto positivi, purtroppo, ma non lo sono stati neanche per le storiche concorrenti. A fine 2011 IDC ha provato ad inserire nel trend di vendite di tutti i computer anche gli iPad, il risultato è stato questo:

Apple-Market-Share

Dell non è stata in grado di cogliere per tempo i segnali che hanno portato alla fortuna di Apple e, come molte altre, si è trovata in ritardo. Per molti anni è stata in bilico tra il primo ed il terzo posto tra i maggiori produttori di computer del mondo, mentre oggi mostra una totale impreparazione nell'affrontare l'era del Post PC. Da qui a vederla come un'azienda finita ne passa di acqua sotto i ponti: gli ultimi dati parlano di 110.000 dipendenti, un fatturato di oltre 60 miliardi di dollari, ricavi per quasi 5 miliardi ed un patrimonio di 9.

Più o meno in questo scenario, oggi Dell annuncia l'accordo definitivo con il quale il fondatore, presidente e CEO Michael Dell, spalleggiato dal fondo privato Silver Lake, da numerosi strumenti di finanziamento e da 2 miliardi di dollari di Microsoft, riacquisterà tutte le azioni non già di sua proprietà, ritirando il titolo e ritornando ad essere una società privata. L'operazione richiederà ben 24,4 miliardi di dollari ed ogni singola azione verrà pagata ai possessori 13,65 dollari.

dell

È la fine di Dell? Non siamo in grado di leggere nel futuro per cui è inutile provarci. I comuni canoni fanno pensare all'operazione di leveraged buyout per riacquisto delle proprie azioni come un atto di sconfitta, quando il titolo è in forte calo. Dopotutto la quotazione in borsa è, di norma, un punto di arrivo non di partenza. Tuttavia uscire da questo pazzo mercato secondo cui il valore di un'azienda che oggi vende 10 e domani vende 15 si può comunque ridurre se c'è "clima di sfiducia" (basta guardare alle sorti di Apple), non sembra poi così irragionevole se si hanno anche difficoltà interne. Non basta più lavorare, creare, vendere, guadagnare, ora si deve sperare che gli investitori abbiano fiducia, che il brand non perda smalto, che i rumor non fagocitino i prodotti reali, che... insomma, se tutto questo si aggiunge ad una condizione già molto critica, l'azienda ha le sue belle gatte da pelare.

Dell sarà "più povera" e giocherà interamente con i propri capitali. Una scelta drastica, un ritorno alle origini che appare comunque più che sensato. Se gli strumenti di verifica non solleveranno obiezioni, e di solito c'è ampia flessibilità per questo genere di operazioni, tutto dovrebbe concludersi entro il 2014. Pare non vi siano dichiarazioni ufficiali di Michael Dell – almeno non sono riuscito a trovarne – ma preferisco leggere questa vicenda guardando il bicchiere mezzo pieno, quello di una decisione manageriale forte e decisa a ritrovare lo smalto di un tempo passando da una più libera e responsabile autonomia.