Nessuno ha l'infallibilità. Né Apple, né Google, né Microsoft. Ogni azienda ha avuto prodotti di poco successo, alcuni talmente sottotraccia da passare pressoché inosservati (ben pochi si sono strappati i capelli alla chiusura di Ping), altri che entrano nella storia dei flop facendosi ricordare per lungo tempo con conseguenze infelici sull'immagine del produttore. Nel caso di Facebook, per lungo tempo è andato tutto pressoché bene, almeno fino alla quotazione in Borsa. In quel caso, però, entrano in gioco una serie di variabili che rendono conveniente separarlo dal flusso prettamente tecnologico. E da questo punto di vista, sembra che il social network di Mark Zuckerberg abbia trovato un rallentamento sulla sua strada, formato da Facebook Home e HTC First.

facebookhome

Iniziando dal software, finora l'iniziativa non ha premiato gli sforzi degli sviluppatori. Su Google Play il launcher ha una valutazione media ben sotto l'insufficienza, con download e installazioni in costante calo. Eccessiva invadenza delle funzionalità social, effetti indesiderati su prestazioni e batteria, ma soprattutto un'interfaccia grafica troppo lontana dalla cultura di Android. Il maggior danno, però, è stato costituito a quanto pare da uno scarso testing interno: nelle grandi aziende, la pratica del dogfooding è un ottimo metodo sia per i dipendenti di testare le nuove funzionalità con cui avranno a che fare in ambito lavorativo sia per gli ingegneri software di avere una prima base da cui raccogliere importanti feedback. In Facebook, la presenza dell'iPhone come smartphone aziendale principale nel corso degli anni ha fatto sì che un'applicazione per Android sia stata sviluppata con feedback proveniente da utenti iOS (e non è mancato neanche l'uso di Quartz Composer, strumento creato da Apple e squisitamente votato alla creazione di interfacce per applicazioni destinate al suo sistema operativo). Del resto, a ben guardare, Facebook Home e iOS hanno in comune vari punti di forza e di debolezza: la semplicità d'uso e la cura a livello grafico; il limitato livello di personalizzazione e l'assenza di elementi tipici del robottino verde come i widget. Debolezze che hanno alienato la simpatia di quella stessa utenza la quale ha preferito Android ad iOS. Sono stati promessi aggiornamenti mensili con nuovi funzionalità, e uno di questi è stato pure descritto nei suoi particolari, ma finora è arrivato solo del bugfix. Non è certo un male, anzi, però a livello di marketing è difficile far dimenticare quanto detto da Zuckerberg nell'evento di presentazione.

Se il software non è messo bene, l'hardware è ancora peggio. L'HTC First pare essere nato sotto una cattiva stella, schiacciato dai pesi massimi di Apple e Samsung; inoltre, pur avendo mantenuto per sé qualche funzionalità esclusiva di Facebook Home, la disponibilità dell'applicazione anche per altri dispositivi ne ha minato il principale "selling point". AT&T è corsa ai ripari abbassando prontamente il prezzo in abbonamento del First da 99 $ ad appena 99 centesimi, con una mossa che ricorda pericolosamente quella fatta quasi tre anni fa da Verizon per un altro smartphone social, il Kin di Microsoft. Di lì a poco, la fine fu sancita dalla stessa azienda di Redmond. Il lancio internazionale? Meglio evitare. L'altolà a EE ed Orange, che stavano preparando il lancio in Regno Unito e Francia, è stato posto proprio da Facebook, ufficialmente per la volontà di migliorare Home nel corso dei prossimi mesi. Appare però più come una giustificazione, volta a coprire la paura di un altro sonoro insuccesso come quello che sta avvenendo negli USA. Un altro elemento da trascurare è anche lo stato della stessa HTC, afflitta da problemi di produzione, fuga massiva di dipendenti e difficoltà del top di gamma One ad inserirsi in un mercato principalmente a due contendenti, già citati alcune righe fa. Tutta la colpa non va dunque scaricata sul solo Zuckerberg.

A questo punto, cosa si potrebbe fare per salvare Facebook Home? Al di là dei dovuti aggiornamenti e di una maggior cura nel testing interno, potrebbe occorrere prendere una decisione drastica tra due vie: seguire la scia di Amazon smarcandosi in modo più netto dal classico Android e personalizzando da cima a fondo sistema e dispositivo; lasciar perdere accordi hardware e concentrarsi solo sul software espandendo la compatibilità di Home a un più ampio ventaglio di dispositivi. Per una piattaforma dal così vasto bacino di utenza e con la necessità di non rendere di nicchia nessuna delle sue caratteristiche, è probabilmente preferibile la seconda. Si tratterebbe di un ridimensionamento rispetto alle ambizioni iniziali, ossia rendere Google ospite nella sua stessa casa, ma sul lungo termine con l'aggiunta di nuove funzionalità e una maggiore attenzione all'integrazione nell'ecosistema Android tornerebbero ad aumentare le probabilità di successo. Sta perdendo la partita, ma il fischio finale non è ancora vicino: sta a Facebook fare in modo di ribaltare il risultato, e non è necessaria HTC per farlo.