Sono sempre stato un avido consumatore di riviste. Auto, fotografia, Apple, tecnologia, grafica, per anni ho riempito la casa e lo studio con pile di mensili che, anche dopo letti, non riuscivo a buttare. Con l'avvento e l'affermazione di internet questo genere di pubblicazioni sono diventate immediatamente obsolete per due motivi correlati. La maggior parte delle "notizie" (lo metto tra virgolette perché sul web gira anche tantissima spazzatura) ormai si trova gratuitamente e, sopratutto, in tempo reale. Perché aspettare un mese per leggere a pagamento qualcosa che possiamo trovare oggi su internet gratis? In realtà l'equazione non è affatto così semplice, perché chiunque sia stato un lettore affezionato di questa o quell'altra rivista, sa bene che le redazioni sanno confezionare un prodotto che ha uno spessore molto diverso rispetto alla notiziola che spesso pubblicano i siti internet. Ma è anche vero che la qualità delle riviste si è piano piano persa mentre diventavano meno popolari. Oggi molte pubblicazioni italiane sono semplici traduzioni di quelle inglesi o americane e al tempo stesso i siti internet generalisti si sono specializzati, riuscendo ad offrire una qualità dei contenuti sempre maggiore (forse anche SaggiaMente fa parte di questo fenomeno).

L'avvento dell'iPad aveva fatto sperare alle case editrici che riviste e libri potessero vivere una seconda giovinezza nel digitale, ma in realtà non è stato così. Per quanto riguarda le riviste, ad esempio, solo il 3% delle vendite deriva da strumenti come computer e tablet. La minore tiratura generale può essere giustificata con una riduzione di interesse per il mezzo stesso (la rivista), ma se si vanno a guardare i dati specifici delle versioni digitali si capisce che non hanno mai preso piede. Evidentemente da qualche parte si è sbagliato. Forse si era sopravvalutata la portata dell'innovazione per l'editoria o magari sottovalutata l'essenza di una pubblicazione che fosse veramente "digitale". La maggior parte delle riviste che leggo sono arrivate su iPad e computer con semplici versioni in PDF da leggere. Ogni tanto c'è qualche "pulsante" che apre una galleria fotografica o un video, ma essenzialmente si è mantenuto il flusso di lettura e la metafora delle pagine. Tra i pochissimi che hanno cercato di esplorare questo nuovo mezzo sfruttandone le reali potenzialità c'è Wired, ma abbiamo anche un'esempio di elevata qualità tutto italiano.

jpm7

Avevo già parlato di JPM in un vecchio articolo, proprio nel momento in cui era stato pubblicato il primo numero. Da allora sono state pubblicate altre 7 edizioni, l'ultima delle quali viene proposta come app separata per poterne sfruttare tutto il potenziale. Non posso catalogarla come semplice "rivista", anche perché non ha una cadenza periodica ben definita, ma piuttosto come un laboratorio di ricerca sull'editoria digitale. Si affrontano trasversalmente temi legati al mondo della tecnologia e della fotografia, ma il primo obiettivo è quello di esplorare percorsi di lettura alternativi ed immersivi. Ogni pagina si propone in modo diverso se vista in orizzontale o in verticale ed è ricca di animazioni che la fanno vivere nelle nostre mani. Si ha l'impressione di percorrere un viaggio in cui ogni elemento può essere approfondito sia tramite le parole che per il mezzo stesso. Lettura e gioco si alternano e si permeano l'una dell'altra, creando un'esperienza finalmente nuova e diversa. In questo numero in particolare una larga parte è dedicata ad analizzare il mondo dell'editoria e la sua sfida per conquistare il digitale, ma si parlerà anche di food photography, gadget indossabili e di come le mirrorless stiano cambiando il modo di approcciarsi alla fotografia. Di seguito un piccolo teaser di JPM7, che potete acquistare sull'App Store per 3,59€. Aggiungo solo che si tratta di un progetto 100% italiano e che nasce da chi l'editoria digitale la insegna. È un mondo ancora troppo giovane per aver creato esperti con decenni di conoscenza alle spalle, ma di certo in JPM ci sono dei pionieri che stanno tracciando percorsi al di là di quella barriera dove la maggior parte si sono fermati.