Ci prendiamo ironicamente in giro perché stiamo troppo tempo su Facebook o su Twitter. Perché invece di conversare con chi ci sta accanto abbiamo la testa china sul nostro smartphone. Perché se i server di Whatsapp hanno qualche problema ci sembra di essere isolati dal mondo. Perché, in definitiva, siamo schiavi della "vita online" dimenticandoci di quella "vera", come se la distinzione fosse così netta. Non tutti siamo arrivati così all'estremo, ma ci siamo vicini, e sicuramente conosciamo qualcuno per cui tutte queste affermazioni calzano a pennello. Li chiamiamo "nativi digitali", quelli per cui internet e gli smartphone sono il pane quotidiano, quelli che proprio non riescono neanche ad immaginare com'era il mondo prima di Google. E non hanno neanche più in casa la Treccani per poterlo scoprire.

La potenza di calcolo certo non ci manca, anche il più scalcinato degli smartphone di oggi è più veloce del computer che ci ha portati sulla Luna, eppure non ne abbiamo mai abbastanza. Nel 1965 Gordon Moore affermò che le prestazioni dei microprocessori sarebbero raddoppiate ogni 12 mesi, ma dovette rivedere questa tempistica negli anni 80 allungandola fino a 18 mesi. Allo stato attuale sono stati raggiunti livelli di ingegnerizzazione vicini al limite fisico di operatività dei circuiti, ma già da tempo si è iniziato ad affiancare più "core" nel tentativo di non perdere il carro dell'evoluzione e mantenere confermata la prima legge di Moore. Tuttavia raggiunto un certo obiettivo di potenza minima, sufficiente a soddisfare le esigenze del quotidiano, ci sono altri aspetti che entrano in gioco.

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Nel 2010 è stato presentato il MacBook Air Unibody, nella forma che ha ancora oggi, e pensavamo che più di quello non si potesse fare in termini di miniaturizzazione, ma ovviamente la tecnologia ha continuato a galoppare e il nuovo MacBook è una rivoluzione sotto ogni aspetto. Ad un primo sguardo potrebbe non sembrare così, ma se ci si sofferma ad analizzare i singoli elementi si apprezza un salto generazionale su tastiera, trackpad, batteria, display. Come nel caso del primo Air, l'estremizzazione della portabilità è stata il motore alla base di queste innovazioni, ma è stata anche la causa di alcune rinunce. Se nel 2008 queste erano potenza di calcolo e connessioni (Firewire e SuperDrive), nel 2015 sono ancora una volta potenza di calcolo e connessioni (in questo caso la singola USB-C). A ben guardare, però, in ognuno di questi ambiti il MacBook porta sia un fardello che una innovazione. Ad esempio la porta USB-C è veramente all'avanguardia se si considera la sua flessibilità: così piccola e in grado di gestire alimentazione, uscita video e connettività. Tuttavia averne solo una può risultare limitante in molte circostanze e, per ora, bisognerà ricorrere ad adattatori per ogni cosa.

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Altro elemento che porta in sé sia un fardello che una innovazione è il nuovo SoC Intel Core M Broadwell. Questo è infatti più lento di quello degli attuali Air base, ma ha consentito di creare un portatile senza ventole e con una scheda logica di dimensioni lillipuziane, ben il 67% in meno di quella dell'Air da 11".

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Tutto lo spazio risparmiato è stato sfruttato da Apple per ampliare al massimo la batteria, caratteristica determinante in un computer nato per la mobilità. Non ci si è limitati a riempire tutto lo spazio disponibile con la migliore tecnologia attuale, ma se ne è creata una nuova, a strati, per sfruttare anche le intercapedini più sottili seguendo la forma a cuneo dello chassis.

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Guardando l'interno del MacBook non si può che rimanere colpiti dall'efficienza di questa soluzione, che ha consentito di ricoprire ogni più piccolo spazio con batterie. Nell'immagine che segue potete vedere tutto il cervello del computer nella piccola scheda logica in alto, il trackpad in basso e tutto il resto sono solo batterie.

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Apple dice che questa soluzione ha consentito di ottenere il 35% di capacità in più di quella che si sarebbe raggiunta con una batteria tradizionale, ma tutto questo in cosa si traduce? Stando alla scheda tecnica il MacBook ha una batteria da 39,7 wattora, mentre nell'attuale Air 11" è da 38 wattora. Non un grande cambiamento in fondo, ma bisogna considerare che il MacBook è più stretto (28 cm vs 30 cm) e più sottile (1,31 cm vs 1,7 cm). Entrambi garantiscono 9 ore di autonomia durante la navigazione wireless (dati forniti da Apple), ma visto che nel MacBook c'è il più dispendioso schermo Retina si è compensato con un hardware meno avaro di risorse, ovvero l'Intel Core M. La ricetta poteva forse essere realizzata diversamente, ma tutte queste scelte hanno una chiara logica. La cosa che proprio non mi va giù è che per un "cervello" che potrebbe stare nel palmo di una mano serva tutto quello spazio per la batteria. O, per essere più precisi, che pur avendo tappezzato il computer di batterie ed avendo sacrificato le prestazioni per ridurre i consumi, non si riescano a superare i precedenti limiti di autonomia. Chi segue le evoluzioni delle auto elettriche avrà notato che hanno i medesimi problemi: pacchi batterie enormi, complessi sistemi per ottimizzare i consumi e autonomie sempre molto risicate. Purtroppo non esiste qualcosa di simile alla legge di Moore per la tecnologia delle batterie e per quanto si senta spesso parlare di soluzioni futuristiche, alla fine ci ritroviamo con le solite batterie a Litio e con il loro progresso praticamente inesistente. Oggi abbiamo così tanta potenza di calcolo a disposizione che ci possiamo permettere, come fa il MacBook, di fare un passo indietro in quell'ambito, il vero limite continuano ad essere le batterie. È una schiavitù da cui la tecnologia portatile non potrà mai emanciparsi del tutto, ma sarebbe proprio l'ora di assistere a qualche progresso significativo.