La vicenda Apple-FBI, che per diverse settimane ha riempito le cronache nonché creato forti discussioni tra le due principali correnti di pensiero, si è conclusa come sappiamo con successo per i federali, che hanno ottenuto con molta probabilità l'aiuto dell'israeliana Cellebrite per la riuscita dell'operazione, preso atto del mantenuto rifiuto da Cupertino alla cooperazione. Pur non corroborando le ipotesi sulla terza parte coinvolta, il famoso ente statunitense ha comunque dato conferma ufficiale che il metodo adottato non è applicabile ad iPhone di generazioni più nuove del 5c, grazie alla presenza a partire dai SoC A7 di un'area denominata "Secure Enclave", comprendente hardware e software espressamente dedicati alla protezione dei dati contenuti nel dispositivo anche in caso di manomissione del sistema operativo. Tuttavia, questa barriera aggiuntiva potrebbe non essere così impenetrabile come si pensa.

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È l'Italia a risultare direttamente coinvolta in questo nuovo filone, stavolta ben lontano dalle sale di tribunale. L'architetto Davide Fabbretti ha chiesto ad Apple l'accesso all'iPhone 6 appartenuto al figlio Dama, scomparso lo scorso settembre a causa del cancro. Benché una delle sue dita fosse stata registrata per lo sblocco al dispositivo, Fabbretti si è dovuto scontrare dopo un riavvio con l'obbligatoria richiesta del codice, di cui non è a conoscenza. Nonostante accorati appelli ripetuti, da One Infinite Loop sono rimasti sulla loro posizione standard: senza codice non si può sbloccare e loro non possono far niente a riguardo.

Come riportato da CNN Money, Cellebrite ha deciso di intervenire in prima persona, offrendo in forma gratuita l'assistenza per l'accesso all'iPhone. Le prime notizie a riguardo sembrano ridare speranza a Fabbretti, in quanto dopo un meeting negli uffici italiani dell'azienda ha affermato che sono stati in grado di ottenere i dati, sebbene siano ancora in forma codificata. I lavori ora si concentreranno sull'ottenimento dell'accesso. Contenuti dall'importante valore affettivo, comprendenti foto, video, conversazioni tra padre e figlio, sino a pochi giorni prima del decesso di quest'ultimo.

Nel caso Cellebrite riuscisse anche stavolta nello sblocco completo, ci sono due aspetti che non mancheranno di generare discussione. Il primo è quello tecnico, con Apple che non ne uscirebbe affatto bene se la "Secure Enclave" fosse bucata o quantomeno scavalcata, come sembra più probabile qui. L'impenetrabilità tanto sostenuta verrebbe meno e l'azienda dovrebbe tornare nei laboratori per rivedere il sistema, con poche possibilità di conoscere il metodo utilizzato senza scoprirlo da soli per tentativi. Il secondo aspetto è invece prettamente umano. La scelta di non voler adempiere a uno sblocco forzato per ordine delle autorità giudiziarie è comprensibile, a prescindere che si sia in accordo o no. Ma in casi come questi, con un papà che sta semplicemente chiedendo di poter conservare ricordi del figlio, perché essere inflessibili? Perché lasciare che sia un'altra società a doversi occupare dell'operazione, col rischio della magra figura citata poco sopra? Se l'invito fatto da Fabbretti agli altri genitori di non comprare più iPhone per i figli può forse risultare un eccesso emotivo della situazione, quello successivo che ha rivolto ad Apple per modifiche alle sue politiche di privacy, almeno in questi casi, suona di buonsenso.