Apple difende la sicurezza di iOS sminuendo quella dei Mac

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Quante volte succede che un'azienda vada a sminuire, quasi a dileggiare, un suo stesso prodotto per sostenerne un altro? A meno che non si tratti di un suo aggiornamento, dove le ragioni di marketing inducono a minimizzare il precedente, non vi sono motivi per farlo. Eppure, ieri Apple l'ha fatto e, in questo caso, la decisione ha un senso. Durante il processo che vede l'azienda di Cupertino opporsi ad Epic Games, Craig Federighi, invitato a deporre, ha definito i Mac non soddisfacenti dal punto di vista della sicurezza.

Prima di capire cosa ha inteso dire e perché, occorre ricostruire il contesto: dallo scorso agosto Apple ed Epic sono all'interno di una feroce battaglia legale (una simile oppone Epic anche a Google), scaturita a seguito dell'inclusione nel gioco Fortnite di un sistema di pagamenti in-app al di fuori del circuito dell'App Store. Alla rimozione del titolo da parte di Apple per violazione del regolamento, Epic ha risposto promuovendo cause in varie parti del mondo, frutto di una strategia accuratamente pianificata da molti mesi prima per combattere le limitazioni degli store proprietari, il sistema di spartizione dei ricavi a favore dei colossi che li gestiscono e ottenere sentenze favorevoli e/o le attenzioni delle antitrust per ottenere l'imposizione di modifiche sulle principali piattaforme. In queste settimane si sta celebrando negli USA il processo principale, il cui esito (che molto probabilmente verrà appellato, a prescindere da quale sarà la parte a prevalere) influenzerà pure quelli secondari.

Com'era prevedibile, le richieste di Epic sono avversate da Apple in ogni modo, sostenendo che l'allentamento delle regole o l'apertura a store alternativi indebolirebbero la sicurezza di iOS, facendo venire meno quel "giardino recintato" tanto discusso che pone limitazioni al fine di evitare l'arrivo di malware o altri problemi indesiderati che comprometterebbero l'esperienza d'uso. È proprio a tal proposito che s'inserisce la deposizione di Federighi, sostenendo che allo stato attuale iOS presenta un livello di protezione molto più elevato del Mac che, a causa della sua natura più aperta, "permette" la presenza di programmi malevoli, richiedendo un impegno costante per fronteggiarli.

Questo è il senso di cui accennavo nelle prime righe: "sacrificare" parte della reputazione dei Mac per rafforzare la posizione di iOS – che per Apple è la vera gallina dalle uova d'oro. Commercialmente il loro discorso è ineccepibile e anche sul piano tecnico c'è un fondo di verità. Gli attacchi verso macOS sono aumentati nel corso degli anni, a seguito della maggiore popolarità, pur restando molto lontani dalla continua caccia tra guardie e ladri che avviene su Windows. Tant'è vero che se un tempo l'argomento non era tra le maggiori priorità oggi Apple rafforza le funzionalità di sicurezza ad ogni nuova versione di macOS. Ipotizzando un iOS aperto all'installazione libera di app, senza particolari restrizioni, è lecito pensare che si possa arrivare ad uno scenario ben più simile a quello dei PC Windows, visto l'elevatissimo numero di iDevice in uso nel mondo.

Eppure, aleggia un po' la sensazione che i poveri Mac siano stati gettati sotto un treno in corsa. È vero, il malware sviluppato per macOS ha subito una crescita importante, ma restiamo ben lontani da situazioni di criticità. La maggior parte dei programmi malevoli richiede azioni specifiche per poter avere effetto e il buonsenso nell'uso del computer è sufficiente a mantenerci al sicuro nella stragrande maggioranza dei casi, ancor prima di far intervenire antimalware o blocchi protettivi (ma questo vale per tutti i sistemi).

Il messaggio passato da Federighi potrebbe essere controproducente, dopo anni di campagne pubblicitarie anti-PC che battevano il tasto proprio sulla questione sicurezza. Ma soprattutto potrebbe alimentare le annose discussioni tra coloro che vedono in arrivo – se non già in corso – un pesante irrigidimento di macOS, passando da quella che al momento è solo un'opzione nelle preferenze (ovvero limitare l'installazione di app fuori dallo Store) ad un comportamento simile ad iOS, stabilendo come unica fonte di software quella ufficiale del Mac App Store. Un'ipotesi che, per paradosso, potrebbe indurre il giudice del caso Apple-Epic e gli enti regolatori ad andare contro gli auspici della mela allo scopo di prevenire prima che curare.

Forse non avevano molta scelta, rischiando ritorsioni legali qualora fossero stati messi in mezzo Android e/o Windows. Sta di fatto che le parole di Federighi faranno senz'altro discutere a lungo tra coloro che gli daranno ragione e coloro che non concorderanno affatto. Il processo è ancora in corso con deposizioni continue (oggi sarà il turno di Tim Cook) e si dovrà attendere un bel po' per la sentenza. Staremo a vedere gli sviluppi, anche perché la WWDC 2021 è dietro l'angolo.

Giovanni "il Razziatore"

Deputy - Ho a che fare con i computer da quando avevo 7 anni. Uso quotidianamente OS X dal 2011, ma non ho abbandonato Windows. Su mobile Android come principale e iOS su iPad. Scrivo su quasi tutto ciò che riguarda la tecnologia.

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