Samsung Galaxy A9: quattro fotocamere sono il futuro?

Ce lo ricorderemo – davvero? – come il primo smartphone con 4 (CUATTRO, sì con la C) fotocamere posteriori. Da non confondere con il pregevole primato di una settimana fa di LG V40 ThinQ che ne ha addirittura 5 (CINCUE, of corse) ma soccombe nella sfida poiché solo 3 sono posteriori, le altre 2 frontali. Pacca sulla spalla ad LG per averci provato, ma la vittoria per il semaforo più lungo va a Samsung grazie al Galaxy A9.

Sul retro del nuovo smartphone si trova lui, il pezzo da quattro di Tetris che non sapevi mai dove mettere ma poteva farti eliminare un sacco di righe in un colpo solo. Quelli di voi con qualche capello grigio sanno di cosa parlo... ma qui c'è poco da scherzare, perché i quattro moduli fotografici offrono sulla carta delle interessanti possibilità. Iniziando dall'alto abbiamo:

  • Grandangolo da 120°, 8MP f/2.4
  • Tele 2x, 10MP f/2.4
  • Principale, 24MP f/1,7
  • Live Photos camera, 5MP f/2,2

Il setup è simile a quello del V40, con in più un modulo che aiuta nel catturare le Live Photos, una funzionalità degli ultimi Galaxy con la quale si può creare un effetto bokeh "creativo".

Brevemente, le altre specifiche includono lo schermo Super AMOLED da 6,3" (1080 x 2200 pixel), 6GB di RAM e 128GB di memoria con espansione microSD. Dual SIM, SoC Snapdragon 660, batteria 3800 mAh e Oreo a bordo (Android Pie arriverà più avanti). Sostanzialmente si tratta di un medio gamma a cui non manca la fotocamera frontale da 24MP. La cosa più interessante, però, è certamente sul retro, a fianco del sensore d'impronte.

Se si esclude il quinto modulo destinato alle funzioni proprietarie legate al riconoscimento "tridimensionale" dei soggetti, abbiamo sostanzialmente tre possibilità di scatto con diversi angoli di campo. Questo approccio potrebbe diventare sempre più popolare in futuro e personalmente non mi dispiace, perché trovo il grandangolo "spinto" persino più utile del medio tele, avendo avuto modo di apprezzarlo sul mio V30. Tuttavia il risultato fa inevitabilmente un po' sorridere e ci spinge a chiederci verso quale deriva ci incamminiamo. Mi viene in mente l'esperimento della Light L16, ad esempio, che evidentemente era meno sciroccato di quanto ci sembrò al momento del suo annuncio (ne abbiamo parlato in una puntata di PixelClub).

La Light L16 con 16 moduli fotocamera

A scommettere sulle tecnologiche che si imporranno nel mercato futuro si rischia sempre, ma trovo più promettente oggi l'approccio opposto di Google, in cui una sola fotocamera prova a svolgere tutte le funzioni "necessarie" spostando la complessità dall'hardware al software. Dopotutto, a meno di rivoluzioni importanti, lo spessore degli smartphone rappresenterà sempre un limite per la dimensione dei sensori e degli obiettivi, per cui la qualità continuerà a crescere ma sarà sempre inferiore rispetto alle fotocamere tradizionali dal punto di vista fisico. Chissà che, in fin dei conti, non si rivelerà più lungimirante l'approccio di Big G, che con il galoppare delle IA potrebbe offrire un metodo più veloce e concreto per superare i limiti fisici delle fotocamere negli smartphone. Negli ultimi Pixel 3 hanno aggiunto funzioni per lo scatto ad altissima risoluzione senza parti mobili (di solito viene spostato il sensore mentre loro sfruttano il movimento della mano, come nella Pentax K-1 II), e riescono a garantire la possibilità di zoom digitale con poche perdite, che probabilmente è persino meglio rispetto ad un teleobiettivo visto che per metterli negli smartphone si devono usare sensori molto più piccoli e lenti meno luminose rispetto ai moduli standard. Inoltre già dalla precedente generazione offrono lo scatto "ritratto" grazie al riconoscimento dei soggetti realizzato sulla base del machine learning, ancora una volta con una sola fotocamera. Due approcci completamente diversi per risolvere gli stessi problemi, chissà quale risulterà vincente.

Maurizio Natali

Titolare e caporedattore di SaggiaMente, è "in rete" da quando ancora non c'era, con un BBS nell'era dei dinosauri informatici. Nel 2009 ha creato questo sito nel tempo libero, ma ora richiede più tempo di quanto ne abbia da offrire. Profondo sostenitore delle giornate di 36 ore, influencer di sé stesso e guru nella pausa pranzo, da anni si abbronza solo con la luce del monitor. Fotografo e videografo per lavoro e passione, seguimi su Instagram

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