Apple spiega il suo punto di vista sull'App Store e la posizione dominante

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Due settimane fa Apple si è trovata improvvisamente davanti ad una grossa gatta da pelare all'orizzonte, concernente l'App Store. Contro molti pronostici, la Corte Suprema statunitense ha dato il suo benestare all'avvio di procedure legali contro l'azienda di Cupertino per pratiche commerciali potenzialmente monopolistiche attraverso il proprio negozio digitale. Ci vorrà parecchio tempo affinché si arrivi alla conclusione di questa vicenda, in un modo o nell'altro, ma le discussioni non mancano di certo già ora.

Intervistato da Bloomberg, Philip Shoemaker, l'ex-responsabile del processo di approvazione sull'App Store, sostiene che il nocciolo di fondo della questione sia in realtà quello sollevato da Spotify, ovvero la frapposizione di ostacoli ad una concorrenza ad armi pari tra Apple e i servizi di terze parti. Stando a Shoemaker, negli uffici della mela vi è una forte paura ad aprire iOS all'impostazione di app altrui come predefinite, poiché potrebbero finire per sostituire del tutto le analoghe native e diluire il legame dell'utente con l'ecosistema. Rendendo anche più facile un eventuale passaggio ad Android. Apple sembra voler ora rispondere a tutte le varie vertenze attraverso una pagina dedicata sul suo sito, in cui spiega il proprio punto di vista a riguardo.

In generale si tratta di cose che in larga parte sono già note, come la storica opposizione alle app dal contenuto pornografico, a quelle che possono compromettere la sicurezza dell'ecosistema e più generalmente a qualsiasi cosa inadatta alla pubblicazione su uno Store pubblico, violando il noto regolamento. Viene dettagliato ancora il processo di approvazione, che si compone sia di sistemi automatizzati sia da un gruppo di esaminatori in carne ed ossa che ha non solo il compito d'impedire l'arrivo di app non conformi ma anche di assicurarsi la loro compatibilità con le più recenti versioni di iOS, rimuovendo i software non più aggiornati dagli sviluppatori. Una procedura di appello consente ai dev di contestare eventuali rigetti da parte del team, con la possibilità di approfondire i punti più critici e cercare rimedio per arrivare ad un esito positivo.

Apple prosegue poi ricordando i grandi risultati finanziari ottenuti dall'App Store, che dal suo lancio ha generato oltre 3 milioni di posti di lavoro tra Stati Uniti ed Europa e distribuito proventi agli sviluppatori per oltre 120 miliardi di $. Si rimarca poi la diversità di tipologie di applicazioni, tra gratuite, a pagamento, con acquisti fisici, in-app, in abbonamento o multipiattaforma. Per sostenere le nuove iniziative nel settore, sono stati predisposti numerosi strumenti e corsi, inclusa la Apple Developer Academy di Napoli. Infine, viene smentita l'assenza di qualsiasi ostacolo alla competizione, illustrando tutti i vari casi in cui le applicazioni Apple concorrono apertamente con quelle terze.

Una difesa convincente? Senz'altro Apple espone diversi punti convincenti e, anche se il suo comportamento negli anni non è stato così perfetto come vuol far apparire, se iOS oggi è una piattaforma complessivamente sicura e adatta a tutti molto lo si deve a questo comportamento, magari a tratti fin troppo ferreo. Nondimeno ci sono però delle criticità che non possono non saltare all'occhio e le fa giustamente notare John Gruber su Daring Fireball, che è tutto fuorché un hater di Apple. A partire dal discorso sulle app gratuite, su cui l'azienda californiana sostiene ovviamente di non percepire alcuna commissione. Peccato che in realtà gli sviluppatori le debbano $99 all'anno di Developer Program per la distribuzione sullo Store, non tanti ma nemmeno pochi per un'app da cui magari lo sviluppatore nemmeno ci ricaverà un reale profitto. Il fatto che un'app sia gratuita per l'utente non è dunque sinonimo che lo sia pure per chi l'ha creata. Non affrontato da Gruber, ma nemmeno da Apple, è il discorso sulla ripartizione principale 70/30, che poi è dove si trovano molte delle contestazioni. La padrona di casa ha senza dubbio diritto di stabilire le regole del gioco, ma forte di una già elevata disponibilità di cassa qualche ritocco alle percentuali per tutti gli ambiti e non solo per i servizi in abbonamento potrebbe riconquistare maggiori simpatie tra gli addetti ai lavori.

Infine, è vero che le rivali della mela hanno ampio spazio sullo Store di quest'ultima, ma se questa fosse così entusiasta della concorrenza quanto dice perché non permetterne l'impostazione ad app di default, almeno per alcune categorie, come avviene su Android? Chi non ha nulla da temere – come invece Shoemaker sostiene Apple faccia – dovrebbe permetterlo e anzi trarne ulteriori spunti per migliorare i suoi prodotti, proprio per evitare che gli utenti vadano altrove. Possiamo considerarla un'arringa difensiva buona ma forse incompleta, che lascerà ancora opinioni opposte per tanto tempo a venire.

Giovanni "il Razziatore"

Deputy - Ho a che fare con i computer da quando avevo 7 anni. Uso quotidianamente OS X dal 2011, ma non ho abbandonato Windows. Su mobile Android come principale e iOS su iPad. Scrivo su quasi tutto ciò che riguarda la tecnologia.

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